Fred attese pazientemente il terzo lp per il titolo omonimo, esordendo su Capitol nella probabilmente fioca luce del gennaio 1967 dopo aver girovagato gli Stati Uniti, vergato brani per Buddy Holly e Roy Orbison ed esser infine approdato a New York, entrando nel giro del folk revival del Greenwich Village. Da lì, prima di un album (più mezzo con Vince Martin, Bleeker & Macdougal) per l’Elektra, avrà ancora tempo e modo di divenire un mito per i Jefferson Airplane, influenzare David Crosby e farsi accompagnare da John Sebastian e Bob Dylan. Fin qui i fatti, nudi e crudi.
Dice bene, anzi benissimo Peter Childs, nelle note della recente ristampa (una tantum priva di bonus per non intaccarne la perfezione) su Water, che per conoscere Fred Neil non si deve fare altro che distendersi e ascoltare questo disco. Sta tutta lì, insomma, la magia del suo autore, che sulle ali di una voce che congiunge Buckley e Cash ti abbatte il cuore a colpi di avvolgente malinconia, la medesima che si lascia ghermire per un attimo dagli sguardi della copertina. Dieci composizioni sono il mezzo, allora, per spaziare dal blues all’acidità attraversando il più possibile la gamma di toni intermedi, piegando l’elettricità dentro una buccia jazz, scompigliando le carte di un folk-rock che trapassava in qualcosa di sconosciuto o quasi.
Una canzone di questo album l’hanno ascoltata tutti almeno una volta, in molte salse, garantendo a Fred un sereno campare quando si ritirerà dalle scene nel 1977 tornando nella natia Florida per dedicarsi alla biologia marina, ed è Everybody’s Talkin’, riletta da Harry Nilsson per la colonna sonora del capolavoro di John Schlesinger Un uomo da marciapiede. Dimenticatene la vivacità e datevi in toto alla scarna meditazione dell’originale, scorgendovi e attraversando la “pioggia che cade” per andare “dove il sole continua a splendere”. Prima, però, sappiate che c’è una facciata intera di meraviglie da ascoltare, dischiusa dal liquido peana ai più intelligenti mammiferi acquatici, venato da lame tristi che ne affollano il finale, The Dolphins, classico ripreso infinite altre volte e che sarà canto di redenzione finale dall’abisso del Tim ormai sprofondato. I’ve got A Secret segue (fischiettante e distesa versione di un brano di Elizabeth Cotton) profonda e calda come un abbraccio di un vecchio amico, campagna appena inurbata da chitarra e melodia di cristallo, laddove That’s The Bag I’m In è il testimone blues che Mark Lanegan raccoglierà, premurandosi di rileggere più di tre decenni dopo l’inquieta asciuttezza serpentina di Badi-Da. Faretheewell (Fred’s Tune) mette il nostro a nudo, confessione dietro quinte di contrabbasso e chitarra in cui Fred si nasconde e ricompare, scavalcando la hit di cui sopra, per buttarsi di slancio, attraverso l’irresistibile swingare di Everything Happens e il brio tutt’altro che narcotico di Sweet Cocaine, sulla chiusura, affidata alla trasfigurazione diddleyana Green Rocky Road e agli otto minuti otto di vorticoso “inalare” etnopsichedelico strumentale di Cynicrustpetefredjohn Raga, lezione da manuale di visionarietà messa a fuoco e a frutto.
Non stupisce che in pochi si accorsero di questo album - un capolavoro, non mi fossi fin qui spiegato a sufficienza - all’epoca della sua uscita, continuando così il destino inevitabile di parecchie opere di medesima fatta. Nel rendergli giustizia, farete uno smisurato e sempiterno favore a voi stessi.
(8.0/10)
Scheda: Fred Neil
Pubblicazione: 12 Gennaio 2006
File under: Folk
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