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Live At The BBC Fairport Convention
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Folk Voti redazione e staff

Fairport Convention

Live At The BBC

Island

Quattro ore e venti di musica per 69 tracce. Periodo coperto: dal '67 al '74. Capirete come a un recensione non consenta di dire alcunché di esaustivo riguardo un'uscita del genere, disco quadruplo dedicato al periodo d'oro della più importante e longeva band folk-rock britannica (proprio quest'anno si celebra il quarantennale). Perché se di carne al fuoco ce n'è molta, gli aromi e i sapori provocano vividi trasalimenti. Immortalati negli archivi della BBC, queste esibizioni live mettono in evidenza innanzitutto quanto - in quegli anni di globalizzazione embrionale, di comunicazione sempre più accelerata ma ben lontana dalla pervadente simultaneità dei nostri giorni - fosse breve la distanza che separava California da Albione.

Un afflato psych asprigno esala chiaro in tracce quali Some Sweet Day, Night In The City (scritta da Joni Mitchell, qui sembra l'anello mancante tra The Who e Jefferson Airplane) e Tried So Hard (di Gene Clark, morbidamente beatlesiana). E ci stiamo limitando al primo dischetto, sessioni risalenti al '68, in scaletta pure una Suzanne quanto mai composita e un classicone del loro repertorio come Who Knows Where the Time Goes? in sciolta versione jazzy, tipo la Mitchell istigata da Tim Buckley. Ma chi come il sottoscritto è un devoto totale al culto di Unhalfbricking, coverà una sconsiderata devozione per il secondo volume, che pure s'apre con una meravigliosa Fotheringay (contenuta in What We Did On Our Holidays), per poi snocciolare una sequenza da cardiopalma: l'indiavolata Cajun Woman, una Autopsy dalla sbrigliata intensità, la sempre meravigliosa Si Tu Dois Partir, il trascinante struggimento di Percy's Song. Sugli scudi, naturalmente, la splendida Sandy Denny, mai abbastanza lodata né rimpianta.

Anche Liege And Lief è ovviamente ben rappresentato, ma a farci alzare le orecchie sarà più una Poor Will And The Jolly Hangman con la sua folk-psych melmosa, parente in qualche modo di Grateful Dead e High Tide: siamo al '70, altezza Full House, periodo travagliatissimo tra morti tragiche e abbandoni (Hutchings e la Danny si erano allontanati, seguiti da Thompson di lì a poco), ma la musica è ancora un sogno potente, e basti per tutte il traditional The Bonny Bunch of Roses (siamo nel terzo dischetto) che recupera ricontestualizzandole le livide vibrazione della doorsiana The End.

Molto, moltissimo ancora ci sarebbe da dire. Ad esempio a proposito della rinnovata lucidità del '74, rientrata Sandy in formazione portando in dote una densa John The Gun e una morbida Rising For The Moon che intitolerà l'album del 1975. E la sua voce, s'intende: imprescindibile, come quello che fa nella dylaniana Down In The Flood. Eh, sì. Ci sarebbe tanto, troppo da dire. Ci limitiamo ad aggiungere che l'ultimo CD è dedicato alle outtakes, per così dire. Pezzi incisi tanto per vedere l'effetto che fa, qualitativamente precari ma documentaristicamente curiosi, capaci di azzeccare bellissime versioni di Lay Down Your Weary Tune (ancora Bob Dylan) e Violets of Dawn (di Eric Anderson) o una Light My Fire (dei Doors), che ve lo dico a fare) dove si stemperano sberleffo e slancio errebì. Qualsiasi chiosa suonerebbe come minimo retorica. Ci rinuncio. 

(7.5/10)

Pubblicazione: 01 Giugno 2007

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Stefano Solventi
Stefano Solventi (Ristampe, Compile, Live 2007)

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