Da una parte il Dylan della svolta elettrica, dall’altra il Lou Reed a cavallo tra gli ultimi Velvet e il capello platino. Ma il revival americanissimo dei VietNam - ambientato negli stessi anni della famosa guerra – è edulcorato ricco di fissità, che snaturano gli stessi padri – come il rock velvettiano gonfiato di blues fino al parossismo, dimentico del raga.
Incuriosisce l’iniziale Step On Inside, ma già dopo una manciata di brani stanca il canto tracotante di Michael Gerner, infarcito di dylanismi, e irrita l’assolo torrenziale da radio FM americana di Josh Grubb, con cui la voce spartisce l’asse armonico del gruppo. Nonostante la semantica del blues (che si vuole perennemente sporco e vero), di maledetto c’è poco, nei loro folk-blues-rock, nelle loro regolarissime american rock ballad dal sempiterno arpeggio arricchito. Mancano sia il sudore rappreso dei Creedence Clearwater Revival, negli assoli e nella ritmica country-blues, sia il whisky di Janis Joplin, nella raucedine nel timbro vocale. Forse è più sincero il lirismo (e il quasi-falsetto, archi compresi!) di Too Tired + Piano Song, calata finalmente senza rockitudine nella facile malinconia di un minutaggio interminabile.
Si salvano gli appunti Stax ai fiati (Apocalypse) e pure gli hammond accorti a scaldar la fiammella (Toby), mentre il ritorno al futuro trapela negli Strokes abusati di Gabe o nei boogie ipocriti dei Black Rebel Motorcycle Club di Welcome To My Room, oppure ancora nella melodia tardi-Jesus And Mary Chain di Summer In The City (quando forse i Vietnam volevano suonarci Lisa Says).
Ma alla fine di queste dieci canzoni vincono ancora i principi della old-wave - canto e chitarra - e si ha la sensazione di aver sentito poco più che una serie di canovacci per l’ugola di Gerner e per l’ennesimo assolo torrenziale, che sovrasti ogni prontezza di spirito del resto dell’organico.
(5.5/10)
Scheda: VietNam
Pubblicazione: 18 Gennaio 2007
File under: blues-rock
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