Recensione
Time On Earth Crowded House
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Pop Voti redazione e staff

Crowded House

Time On Earth

Capitol

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Uno ascolta Time On Earth e si chiede: ma come diavolo fa Neil Finn? Tutti quelli che possono definirsi “grandi” – tutti – hanno messo il piede in fallo almeno una volta. Zio Macca per primo: non si contano i suoi dischi così così (non da ultimo il recente Memory Almost Full). Brian Wilson, manco a parlarne, ci ha messo quarant’anni a riprendersi. E invece Neil – che magari non gioca nella stessa serie, ma un grande del pop lo è senza dubbio - sta sempre in piedi. Non che ultimamente sia stato con le mani in mano: dallo scioglimento dei Crowded House nel 1996 (al top della forma, per inciso), si è dedicato a due solo album freschi e ispirati (Try Whistling This e One Nil), a uno con il fratellone Tim (Everyone Is Here), e in mezzo c’è stata anche quella meraviglia del progetto da sogno Seven Worlds Collide (Lisa Germano, Johnny Marr, 2/5 dei Radiohead, Eddie Vedder).

Adesso, con la febbre della reunion che impazza, decide bene di riesumare il glorioso marchio; è infatti bastata qualche session con Nick Seymour per trasformare il suo terzo lavoro solista nel ritorno della casa affollata. Richiamato anche il fido Mark Hart (Supertramp) e convocato Matt Sherod (Beck) a rimpiazzare il compianto Paul Hester dietro i tamburi, la pop band più famosa del continente australe è pronta per un nuovo giro.

Dicevamo, come diavolo fa Neil Finn? Ché la melodia immancabilmente beatlesiana di She Called Up sa di tutto meno che di posticcio, e la canzone che la precede, il singolo Don’t Stop Now (scritta con lo zampino dell’amico Marr assieme a Even A Child), è un pop rock fresco e assolutamente istantaneo. Senza accusare colpo, il neozelandese pare riprendere da dove Together Alone (1993) aveva lasciato, forse osando di meno, ma rievocando in pieno quel senso di comfort, quella confidenzialità che non diventa mai nostalgia fine a se stessa, il trademark di ogni disco dei Crowded House che si rispetti.

Se certe tonalità umbratili a tratti fanno pensare a una versione pop degli ultimi Talk Talk, le canzoni qui contenute sono - ancora – il sogno proibito di ogni Travis, Keane e Coldplay di questo mondo. Nella malinconica Nobody Wants To, nella tensione sotterranea di Say That Again, nel ritornello corale di Silent House, nelle rarefazioni di A Sigh quanto nel funk di Heaven That I’m Making e Transit Lounge e nelle sixties vibes di Walked Her Way Down e Even A Child, è immediatamente chiaro come il Nostro sappia ancora bene dosare mestiere e passione, lasciando che il primo sia un semplice accessorio alla seconda. Anche nei momenti più dichiaratamente melensi - la ballatona George Harrison Pour Le Monde, il finalone People Are Like Suns, o il soul sussurrato di You’re The One Who Makes Me Cry – puoi sentire una scintilla sincera.

Il tocco di Steve Lillywhite e Ethan Jones in cabina di regia si fa sentire il giusto, ed è proprio in casi come questo che si coglie tutta la distanza fra uno come Finn e, chessò, gli U2 di oggi. E’ principalmente grazie a lui, artigiano miracolosamente ispirato, se Time On Earth suona splendente, misurato e contemporaneo, ovvero come vorresti suonasse la pop music alla radio. (Brit)Poppers d’ogni dove, inchinatevi al Maestro.

(7.1/10)

Scheda: Crowded House

Pubblicazione: 01 Giugno 2007

File under: Pop

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Antonio Puglia
Antonio Puglia (Album 2007)

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