Recensione
Magic Bruce Springsteen
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Rock Voti redazione e staff

Bruce Springsteen

Magic

Columbia Records

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Questo Magic non è un evento eccezionale. Te lo aspettavi, sapevi benissimo che il Boss sarebbe tornato. Col passo di nuovo autoritario, una verve che non millanta giovanilismi ma una dignitosissima vigoria. Covando lo spirito, almeno quello, dei bei giorni che furono. Tutto questo per ribadire ciò che abbiamo già detto e ripetuto: lo Springsteen che si ostina ad esserci - parola d'ordine persistere persistere persistere - fa quel che deve con la consueta indiscutibile onestà, ma non ha, non può avere la forza - proprio lui - di arricchire un repertorio/edificio rock tanto imponente, definito e rifinito in ogni parte.

Quindi, nel migliore dei casi, in ogni nuovo disco del quasi sessantenne Bruce l'aspetto rituale - di auto celebrazione - prevale su qualsivoglia messaggio. Anche nei casi più ispirati. E Magic lo è. Più genuino rispetto all'apoteosi retorica (comprensibilissima) di The Rising, più energico di Devils And Dust, mette in fila undici tracce che rispondono a questo disegno di genuino rinverdimento del fenomeno.

L'impasto di stilemi noti (preponderanti) e spunti inediti (qualcosina) consegue un punto di equilibrio inappuntabile, che se da un lato blandisce il fan dall'altro gli concede scampoli di sorpresa. Nello specifico, se una Livin' In the Future ammicca evidentemente a 10th Avenue Freeze-Out, se You'll Be Comin' Down aggiorna il trasporto facilone di Lucky Town, e se Gipsy Killer riesce ad impastare la tensione accorata di The River, l'impeto di My Love Will Not Let You Down e la sabbia di Atlantic City, d'altro canto c'è una Last To Die che - innescata da un riff tagliente d'archi - azzarda mischiare i REM di Maps And Legends ed il Mellencamp di Human Wheels in una strana coltre di synth, mentre Devil's Arcade scomoda tra un miraggio spacey e l’altro il pop-rock sovraccarico di Elbow e Coldplay.

Sia chiaro: il principale merito del disco è il modo in cui riesce ad essere eminentemente springsteeniano. Né più né meno. A sbrigliare la band senza mai perderne il controllo, come nel groviglio travolgente di Radio Nowhere, nella brusca generosità di Long Walk Home, nel pop frondoso di Your Own Enemy (dove il Boss è un plausibile zio del buon Rufus Wainwright).

Non c'è genio, ok, ma urgenza generosa. E' sempre stato così. E finisci per credere che lo sarà per un bel pezzo ancora.

(6.9/10)

Pubblicazione: 01 Ottobre 2007

File under: Rock

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