Questa recensione potrebbe cominciare con un “come se”, a primo avviso. È come se per questo disco i Nonloc avessero condotto un’archeologia del sapere simile a quella compiuta dai Gastr Del Sol con John Fahey – con la differenza che il chitarrista di riferimento qui non è Fahey, ma il Robert Fripp del combo Fripp & Eno (Corpus Callosum), misto a qualche stilema del Gilmour di Meddle.
I Nonloc però non sono novelli post-rocker storicisti, ma il nuovo progetto pseudosolista (alla seconda uscita, dopo l’esordio self titled del 2003) di Mark Dwinell, ovvero il leader dei Bright, formazione del Massachussetts di ripresa, in epoca di post-rock, delle esperienze di qualche decennio addietro. Come i Gastr, certo, ma anche come i bostoniani (e quindi vicini) Cul De Sac, forse l’apice di questo agire.
Basta però un’altra traccia, oltre a quella iniziale, per mettere a fuoco una lettura più completa del disco. Dalla bella Candide ci accorgiamo che la costante dell’album è l’avviluppamento di tutte i brani nella pasta sonora fatta di arpeggi sovrapposti di chitarra. Se i Gastr Del Sol stavano attenti alle strutture (e al loro disfacimento, o collasso in altre), i Nonloc le abbandonano, e con loro il rock, per guardare verso l’avanguardia. Se i Gastr andavano all’essenza dell’arpeggio con Fahey, o ne decostruivano un arpeggio unico per un intero brano (come nei brani finali di Upgrade o di Camofleur), i Nonloc concettualmente quasi si avvicinano al deejaying, quando usano i loro intrecci chitarristici come base sopra a cui costruire melodie, ritornelli, canzoni folk minimaliste (Sentry At Eleusis).
Il culto qui non è per la narrazione dissociata, ma per la matrice creata da Reich e soci. Il fatto è che, se di minimalismo si tratta, è la sua versione un po’ manierista (The Golden Apple Pie, o la rileyiana Piano Stream) a rientrare nelle corde di Dwinell. Ma glielo si perdona.
(6.4/10)
Scheda: Nonloc
Pubblicazione: 31 Agosto 2007
File under: folk minimalista
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