Recensione
Who Never Rests Khan
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soul funk Voti redazione e staff

Khan

Who Never Rests

Tomlab DE

Soliti escamotaggi: voce soul, il dub ovunque, bianco su nero. E Can Oral, noto giramondo (tanto che è difficile anche capire la nazionalità dei genitori), a ricorre i soliti noti per fare un sunto divergente delle sue esperienze pluridirezionali.

Giunto al quarto disco, Khan decide di chiudere con le osannate esperienze techno del suo passato (una su tutte, in senso relativo ma anche un po’ assoluto, gli Air Liquide), cambia etichetta (da Matador a Tomlab) e si lancia nelle mode del momento, cercando di dare prova della propria abilità professionale nel destreggiarsi con tutto (e il passo coinvolgente di Excommunication sembra dargli ragione). Le tendenze sono nere, o quel modo bianco di rileggere le influenze black, sono stratificazioni da club di momenti blues e funk (I Got To), tempi quasi breakbeat (Strip Down) da far ondeggiare i presenti, chiose ragga-muffin al dub (Satan Backwards). Addirittura riff blues hendrixiani (Take It Out On Me).

Un momento: può un produttore tuttofare come Can Oral fare altro? Potrebbe, se decidesse di fare dischi solisti. Tanto più che Khan sembra aver definitivamente scelto il “rock” (le virgolette sono pinze) come mezzo di espressione personale, visto che, per la prima volta, non si affida a turnisti alla voce, ma utilizza la propria, la riscalda e ingagliardisce (in Golden Dawn fa l’anello mancante tra la chitarra ritmica funky e un basso che avrebbe potuto martellarci il cervello a casa di John Lydon).

A conti fatti, però, questo - come gli altri suoi - rimane il disco di un produttore, che fa sfoggio della propria bravura e la antepone a un progetto musicale. C’è di nuovo che per quanto riguarda Who Never Rests il risultato convince.

(6.5/10)

Scheda: Khan

Pubblicazione: 14 Aprile 2007

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Gaspare Caliri
Gaspare Caliri (Album 2007)

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