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Mommy’s Little Monster Social Distortion
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hard core Voti redazione e staff

Social Distortion

Mommy’s Little Monster

Posh Boy

A volte ci si chiede che fine abbiano fatto alcuni grandi nomi del passato. Un giorno qualsiasi sfogli una rivista e ti capita di trovarli nella cronaca nera piuttosto che nello spazio recensioni. O, peggio ancora, tra i necrologi. Così è stato, rendendo di pubblico dominio un progressivo e impietoso sfaldarsi, per i Social Distortion di Mike Ness. Formatisi come tanti altri nel 1978, sull’onda del primo punk che aveva investito Los Angeles, ci volle un lustro e alcuni splendidi singoli (raccolti dalla Time Bomb nel 1995 sul CD Mainliner) prima che approdassero all’esordio.

Intriso di poesia stradaiola nei testi di Ness - cantante, chitarrista e insomma leader - Mommy’s Little Monster perfeziona una ruvida innodia frutto degli MC5 o d’imbestialiti Rolling Stones, però moderni e trapiantati in quella Orange County oggi nota per tutt’altro. Supportate dall’altra guizzante chitarra di Dennis Danell e da una ritmica adeguatamente compatta, in meno di mezz’ora sfilano nove gemme che tradiscono senso di impotenza e rendono viva una rassegnazione compressa - esemplare la liricità di All The Answers - ma lucida come a pochi contemporanei riusciva ancora. Disco confrontazionale come il miglior punk sa essere, nel meraviglioso country devastato Telling Them (quale ironia, e soprattutto, che dolore sentire oggi cantare: “farò a modo mio e vincerò sempre, non m’importa di cosa dicono tutti”), sonicamente asciutto tuttavia raffinato in ogni episodio (un organo spunta da Hour Of Darkness e Moral Threat), sia negli arrangiamenti che nella strutture. Cambi d’atmosfera e stacchi mandati a memoria da giovanotti di belle speranze come A.F.I. e compagnia brutta, da far ascoltare a chi crede che l’hardcore punk sia (stato) solo un frastuono senza causa né redenzione.

Canzoni come The Creeps o Another State Of Mind centrano a tutt’oggi il cuore, conciliando potenza esecutiva e veemenza, riuscendo trascinanti senza cadere nella banalità. A riprova, la title track rivitalizza i ’50 e i ‘60 fondendoli assieme, una melodia indimenticabile a funger da collante, laddove l’articolato capolavoro Moral Threat sparge un aroma bruciaticcio da epopea di perdenti; un andare a rotoli già scritto nel copione e nonostante ciò da contraddire, non importa se vanamente. Mike precipiterà poco dopo coi suoi demoni d’eroina dentro quell’ora di oscurità cantata in questi solchi, abisso dal quale rispunterà dopo altri cinque anni col secondo LP Prison Bound, eccellente nel suo sporcare di “radici” il marchio di fabbrica.

Da lì soltanto un precipitare artistico sul fondo dell’oceano, beffarda conseguenza per un uomo nel frattempo rinato e oggi dignitoso sopravvissuto di tempi gloriosi. Per la cronaca nera di cui sopra, Danell è morto nell’autunno del 2000 per un aneurisma cerebrale. Aveva solo trentotto anni. A fargli compagnia il bassista Brent Liles, in formazione fino al 1984, travolto nei primi mesi del 2007 da un camion mentre era in bicicletta su una strada di Placentia, in California.

(9.0/10)

Pubblicazione: 15 Febbraio 2007

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Giancarlo Turra

Rss
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