I miracoli, qualche volta, accadono. Fu una specie di miracolo infatti John Barleycorn Must Die (1970), sfornato in coincidenza di un periodo burrascoso per i Traffic (il polistrumentista Dave Mason non partecipò alle sessioni). Non fu il primo miracolo (nemmeno l'ultima buriana, se è per questo): già il fantasmagorico Mr. Fantasy (1967) e l'omonimo Traffic (1968) contenevano difatti evidenti particelle di prodigio. Una via progressiva che tagliava e cuciva antico e avanguardia, visione e tradizione.
Pozioni celtiche e riti voodoo, prospettive cosmiche e umori blues, sbrigliate divagazioni jazz con il cuore sul punto di crepare soul. E pensare che il principale agitatore dei quattro era uno Steve Winwood poco più che ragazzino (per quanto già adeguatamente svezzato dalla militanza nel Spencer Davis Group). Un precoce egomaniaco di talento, cui la compagnia del già citato Mason, del percussionista Jim Capaldi e dell'estroso Chris Wood (organi, flauti, percussioni, sax...) provocava insopprimibili conati di genialità. Dopo il Barleycorn quindi le quotazioni della band toccarono l'apice: le cronache narrano di folle entusiaste a celebrare la band ad ogni data del tour mondiale. I due album seguenti (il live Welcome To The Canteen e The Low Spark Of High Heeled Boys, entrambi del '71) mantennero la temperatura sufficientemente alta, ma quell'incanto, quel fenomenale incrocio d'istanze, sembrarono a tutti un'eventualità irripetibile.
Probabilmente ne furono ben consapevoli anche Winwood e Capaldi (quelli con in mano la cloche), ma questo non gli impedì di prendere la decisione giusta: calare sul piatto il mestiere. Il risultato fu Shoot Out At The Fantasy Factory: un buon risultato, di misura, ma comunque una vittoria. Reclutati il bassista David Hood, il percussionista Reebop Kwaku Baah e il batterista Roger Hawkins (Mason era sempre fuori squadra), il sound della band solidificò attorno a stilemi essenziali, sterzando piuttosto nettamente in direzione pop-rock. S'indurì, levigò fisionomie al limite dello stereotipo, si banalizzò.
Ma vinse. Fin dall'iniziale title track, punto di fusione tra istanze hard (il digrignare delle chitarre), pulsioni afro (il percussionismo nevrastenico), fregola R'n'B' (le sinapsi singhiozzanti della sezione ritmica) e psichedelia (le scie incandescenti degli assolo), l'insieme si presenta con un aspetto molto - come dire? - ricercato, vista anche l'opera di puro arredo di flauto e tastiere. Prevale tuttavia, ed è quel che conta, la sbrigliata compresenza delle parti, il senso di dominio della materia e della maniera, su cui un flemmatico Winwood spalma un canto di prammatica (per i suoi standard, s'intende).
E' un Winwood che non teme di confessare - non senza un po' di narcisistico sarcasmo - l'esaurirsi della vena creativa: lo fa nella conclusiva (Sometimes) I Feel So Uninspired, il pezzo più soul del lotto, dove la sua voce si muove sottotraccia nel sentiero di luce tra lo sfarfallio percussivo e le pennellate d'organo, pestando un piano sempre più "concreto" che prepara il terreno ad un assolo di chitarra didascalico ma - è questo il punto - funzionale, efficace, adeguatissimo al contesto. Come se si trattasse di un esercizio di puro artigianato, di mode e modelli da scegliere, e levigare, e incastrare al meglio. Però, non equivochiamo: la capacità della band va oltre il semplice mestiere, come dire che il mestiere a certi livelli contiene un bel po' di magia.
Vedi come in Roll Right Stones si consumi un continuo trapasso da soul-psych a errebì acidulo, oscillando tra stili e atmosfere con portentosa, indolente, quasi irritante maestria. I temi melodici si passano il testimone in un unico, vasto respiro, corde e sax filtrati nella fatamorgana del wah-wah mentre il piano e l'hammond conducono un sogno d'America sognata a passo d'uomo, stilemi The Band coagulati come colori in rilievo su una tela ancora fresca eppure antica. Eppoi il folk, come una nebbiolina tenace ad introdurre Evening Blue, Winwood che canta come se stesse per consegnarsi definitivamente alla confraternita del soul, d'incarnarsi soul, il basso a condurre imperioso ma schivo, l'organo che dilata gli spazi, il sax che zampilla per poi esaurirsi languido, come chi vuole dire la sua d'improvviso.
Quindi l'unico strumentale della cinquina, firmato Chris Wood, ad insistere sulla questione psichedelica, cocciutamente, lucidamente, definendo profili non troppo lontani dai Floyd periodo Dark Side Of The Moon (quel sax saturo di allunaggi digeriti, quelle chitarre in bilico su atonalità wave, i bordoni iridescenti di tastiera...) senza però scordare la polvere, il falò, l'odore da retro-fienile, tutto il rhythm and blues che ancora scorre nelle vene. Ok, lo avrete capito, questo non è un capolavoro. Neppure mi sento di catalogarlo tra i dischi che salverei dal fatidico naufragio.
E' semplicemente un buon disco di una grande band, consapevole della propria grandezza e di quanto fosse sul punto d'esaurirsi (la band e la grandezza), ma con ancora abbastanza motivi per esserci - al di là del dover esserci - senza cedere a velleitarie tentazioni di rinascita. Motivi che condiscono e sostanziano queste sei tracce, investendole di un sapore che ammalia, di possibilità inevase ed evidenza, di fatto compiuto e terreno (ancora) fertile, di giardino prezioso quasi dimenticato.
(8.0/10)
Scheda: Traffic
Pubblicazione: 01 Giugno 2006
File under: Folk Rock
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