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The Affectionate Punch Associates (The)
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Pop Voti redazione e staff

Associates (The)

The Affectionate Punch

Fiction

Riscoprire oggi gli Associates significa procurarsi qualche bel sussulto cardiaco. Erano essenzialmente un duo, il cantante Billy Mackenzie ed il polistrumentista Alan Rankine, entrambi fulminati sulla via del Bowie teutonico, ma in possesso di abbastanza risorse in proprio da operare una sintesi capace di trascendere gli stilemi del Duca Bianco. E non di poco. Oggi infatti, col privilegio di una prospettiva parecchio allungata e volendo/potendo contorcere la cronologia come più ci aggrada, possiamo rinvenire nel loro sound riverberi dei Roxy Music, dei primi Radiohead, degli Ultravox con o senza punto esclamativo (ovvero, quelli di John Foxx e quelli con Ure), poi ancora Echo & The Bunnymen, PIL, Bauhaus

La voce di Mackenzie è tumida, nevrastenica, teatrale, capace di guaiti sconnessi e croonerismi sordidi, un carosello febbrile dove puoi distinguere il fantasma ebbro di Jim Morrison, lo sferzante dandismo di Brian Ferry, i singulti ipercinetici di David Byrne. Quanto a Rankine, autore di tutte le musiche, distribuisce chitarre radenti e pastelli sintetici con espressionismo selvatico e artsy, gettando un ponte insidioso tra certe ispide pugne Gun Club, i guizzi smerigliati Manzanera ed i pittorici orditi Eno. Questi due talentacci scozzesi misero in piedi già nel '76 un progetto, The Ascorbic Ones, operante in quel di Dundee. Nel '79 decisero di cambiare ragione sociale in The Associates, esordendo con un singolo come minimo emblematico: la cover di Boys Keep Swinging, pezzo firmato Bowie/Eno contenuto in Lodger (EMI, 1979), ultimo capitolo della famosa trilogia berlinese.

Una svolta decisiva, anche alla luce del fermento post-punk che incendiava il Regno. Tempo pochi mesi e vedrà la luce The Affectionate Punch, dieci tracce che danno fondo a tutte le loro ossessioni e - presumo - capacità. Dalla trafelata title-track (che mette d'accordo Talking Heads e Roxy Music), allo sferzante cabaret di Even Dogs In The Wild (che spedisce vividi morriconismi in mezzo alla steppa, anticipando la teatralità nomade di certo Patrick Wolf), dall’angolosa solennità di Transport To Central (la cui graticola di chitarre sarà piaciuta non poco ai Radiohead di My Iron Lung) alla soul-wave amniotica di Deeply Concerned (col canto mollemente sovraesposto), passando dall’epicità adenoidale di Amused As Always (tra i Bauhaus e i Police più visionari) e dal valzerino psicotico di Paper House (chitarre taglienti e marmorini fantasmi della Nico eniana).

Parliamo dunque di un album composito, una misticanza di sentori e fogge e umori che potrebbero ubriacare qualsiasi indie-rockers. Tuttavia, proprio questa propensione – seppur feroce – alla “sintesi caleidoscopica”, questa troppa grazia analiticamente goduriosa, è forse il principale difetto dell’album, non focalizzato su di un centro di gravità estetico che possa renderlo immediatamente riconoscibile nel folto dei segni e dei linguaggi scaturiti da quel fertilissimo periodo.

Forse per questo, la band sarà sempre sul punto di esplodere tra le grandi realtà mancando di fatto l’appuntamento con la Storia. Se il successivo Fourth Drawer Down (1981) si rivelerà album interlocutorio, Sulk (1982) tenterà la carta del wave-pop capace di coniugare guizzi ipercromatici XTC e decadenti tremori jazzy (vedi la sconcertante cover di Gloomy Sunday). Una sterzata troppo brusca per i gusti di Rankine, la cui chitarra suona sempre più intrusa nel sound della band. L’egida Associates rimane presto in mano al solo Mackenzie, che andrà avanti fino al ’90, quando avvierà la carriera in solitario. L’ultimo atto risale al 1997, quando il male del secolo - la depressione - lo porterà al suicidio. Sipario.

(8.0/10)

Pubblicazione: 01 Novembre 2007

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Stefano Solventi

Rss
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