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Têtes Noires Têtes Noires
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Avant Voti redazione e staff

Têtes Noires

Têtes Noires

Rapunzel

Le Têtes Noires sono in musica spensierate come un volo di farfalla, leggiadre come un frullar d'ali, allegre come una gita fuori porta, delicate come un vento di brezza ed emotive come una confidenza fra amici. Esse rappresentano il versante meno "complicato" ed esente da convoluti arzigogoli teoretici della terza generazione New Wave americana. Nella Minneapolis hardcore di Husker Du e Replacements, dove fu giocoforza costretta la propria adolescenza, questo sestetto d'abili polistrumentiste dovette davvero far la figura della classica "mosca bianca". Ammesso e non concesso che comunque qualcuno si fosse, all'epoca, accorto di loro.

Certamente le nostre Johnatan Richman in gonnella, visto il tumulto dei tempi, non ebbero vita facile. Ne da riscontro una carriera tutto sommato breve ed una discografia assai sparagnina (3 soli album - Têtes Noires, American Dream e Clay Foot Gods - pubblicati fra l'ottantatre e l'ottantasette). Ma anche le cose (apparentemente) semplici hanno un loro gusto e ci son qui io a dirvelo (…quanta modestia!). Dico apparentemente poiché la loro capacità di passare musicalmente dal credibile all'incredibile è soprattutto frutto d'un invidiabile assetto interno. Se solo 3/6 del gruppo (Jennifer Holt, Camille Cage e Renee Kayon) sono responsabili della scrittura e dell'arrangiamento di tutto il materiale in repertorio, alle rimanenti non tocca certamente di stare a guardare.

Ognuna delle musiciste, infatti, oltre ad essere un abile cantante - stupende le polifonie "da spiaggia" dell'esordio - imbraccia a turno strumenti fra i più diversi (drum machines, percussioni assortite, violino e farfisa oltre ai soliti). Una piccola orchestra, insomma. Ciò conferisce sempre rinnovato vigore e freschezza esecutiva ad ognuno dei 6 graziosi manufatti pop dell'ep d'esordio (ad incorniciarli la filastrocca infantile di Playground Ditties). Way of the World, ad esempio, con i suoi coretti incalzanti stile Modern Lovers (quelli del secondo album) è da perfetto manuale pop.

È un po' come aver svoltato l'angolo per ritrovarsi di fronte inaspettatamente le Marine Girls ed un gruppo di guide scout mentre fan comunella. Comico e tenero. La drum machine della Kayon, simpaticamente denominata "Barbie", fa invece la sua comparsa in Plato's, notevole ibrido fra le sincopi ritmiche dei Kraftwerk di The Man Machine e il pacato soul singing di Jennifer. Chiude la prima facciata del vinile The Hawk, forse l'estratto con più mordente dell'ep. Ma le ragazze hanno anche talento linguistico e umorismo da vendere, come dimostrano i rimanenti 3 episodi del lavoro. Tanto per cominciare Lucky Girl ("They say i'm a lucky girl, baby dolls are my best friends, the girls they say i'm lucky, i think i'm pretty lucky…") e soprattutto Kids in France capace di capovolgere tutta una serie di luoghi comuni in un ritratto persino verosimile di paese ("The kids in France wear uniforms and dress a lot alike, the kids in France wear blue jeans that look a lot like ours, i wish i was a kid in France, i'm gonna get those underpants, i wish i was a kid in France 'cause then they teach me how to dance…").

Chiude il programma un'altra cartolina stereotipata, stavolta dall'estremo oriente (Geisha). Adattatasi esteticamente alla cronica penuria di mezzi musicali della generazione dei Violent Femmes e dei Richman, la volontà delle Teste Nere del Mid West statunitense è però interessata non tanto al pauperismo musicale fine a se stesso quanto alla filosofia esistenziale che esso sottende.

(8.0/10)

Scheda: Têtes Noires

Pubblicazione: 12 Marzo 2007

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Massimo Padalino

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