I losangelini Sparks - all'anagrafe i terribili fratellini Ron e Russell Mael - sono stati la prova vivente di come certo senso of humor "very british" sia da sempre insospettatamente allignato nelle assolate spiagge californiane, fra spericolati surfisti e bagnine tettone alla Pamela Anderson (prima dello sgonfiamento, of course).
Dopo tre album - Sparks (1971), A Woofer in Tweeter's Clothing (1972) e Kimono My House (1973) - di agre satira sociale, caratterizzati da un sound d'assieme ancora molto glam e poco hard, i due loschi figuri in questione decisero per l'espatrio. Trasferitisi armi e bagagli nella grigia Inghilterra - dove forse meglio il loro bislacco umorismo sarebbe stato corrisposto - lanciarono sul mercato questo quarto lp: Propaganda.
Il brano At Home, at Work, at Play - ritraente, manco a dirlo, nelle pose più deprimenti una coppia "scoppiata" (lei di successo, lui a casa ad aspettarla o fuori a rincorrerla invano) - conferma il sospetto che, aggiornandone i suoni al coevo art rock, gli Sparks possano essere l'equivalente nei '70 degli antichi Kinks (con un sovrappiù non dosato di sadismo e mal rattenuto cinismo). Le musiche hanno abbandonato ormai certe tinte tenui degli esordi - così vaudville come mai dopo - per abbracciare inflessioni dure, persino hard rock.
Achoo in tal senso, è la classica eccezione che conferma la regola; futuristica filastrocca ad incastri, perfetta nei suoi automatismi sing-a-long e negli accenti vocali patetici di Ron (sembra venir fuori dai solchi d'uno dei dischi precedenti, anzi che no).
Lungo l'intero platter l'uso della voce - nei cori e da sola - rivela un abuso di acuti e falsetti da sempre maggiormente connaturati a certo british rock che non alla musica pop d'oltre oceano. Come in Don't leave me alone with her dove si rincara la dose contro il così detto sesso debole (mah?…) in un accesso di disperata e sorridente misoginia ("Don't leave me alone with her…a Hitler wearing heels, a soft Simon Legree, a Hun with Honey skin, De Sade who makes good tea" recitano alcuni versi).
Le melodie, scintillanti e seducenti, funzionano come oliatissimi meccanismi d'attrazione ludica, salvo poi celare nelle liriche cantate quella venefica esca che è qui la satira (causticissima). Accade anche in Thanks but not Thanks che è giocosa filastrocca canticchiata da un bambino (Ron Mael stesso, presumibilmente) impedito nei suoi fanciulleschi sguardi e nelle sue scoperte dall'inderogabile quanto incomprensibile diktat degli adulti ("My orders come from high above me, about a foot or two above me" o ancora "My parents say the world is cruel, i think that they prefer it cruel"). A non saper l'inglese le canzoni sembrerebbero tutte ben più innocue di quanto non siano.
Something for the Girl with everything ne è un lampante esempio. Spensierata e ciondolante nelle musiche offre in realtà l'ennesimo caso manicomiale ritratto di questa già sterminata galleria; il mutismo d'una teenager, fasullo invero, poiché debordante è il clamore di cose, fatti e persone che come in una assurda commedia adolescenziale le ruotano attorno impedendole l'espressione ("Nobody's gonna hear a thing you say").
Ogni scenetta proposta - e sono ben 12 in tutto - porta su di sé le stimmate di piaghe sociali magari occulte ma realmente esistenti. Un crudo atto d'accusa reso ancor più feroce dall'amabilità di cui le musiche si vestono.
(8.0/10)
Scheda: Sparks
Pubblicazione: 01 Luglio 2004
File under: Pop
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