Se mai c'è stato un principe dei "loser", questi avrebbe dovuto chiamarsi Alexander di nome, Spence di cognome, e Skip per l'eternità. Lo avete visto quel volto, così come compare sulla copertina di Oar, il suo unico disco da solista, il suo capolavoro? Ditemi, non vi sembra forse lo sguardo di chi ha appena attraversato l'inferno sorridendo? Non vi sembrano capelli arruffati da un bailamme di vivide visioni? Non è un'ombra - quell'ombra che si mangia metà volto - rubata ai malvagi disegni di un losco futuro?
Consentitemi, vi prego, un breve excursus. L’anno è il 1965, il luogo è il Matrix Club di San Francisco, dove Alexander Lee Spence – detto “Skip”, canadese, classe 1946 - si disimpegnava come chitarrista nei Quicksilver Messanger Service in embrione. Lo notò Marty Balin, che rimase particolarmente colpito da quella nervosa fisionomia: perfetta, a suo dire, per un batterista (!). Sembra incredibile, ma tanto bastò perché a Skip fossero affidati i tamburi dei Jefferson Airplane, giusto in procinto di debuttare con Take Off. Durò poco, troppo irrequieta e inafferrabile la personalità del canadese anche per le menti più dinamiche della west coast: appena un'altra comparsata in Surrealistic Pillow (suo il drumming nell’hit single You're My Best Friend) e via a fondare i Moby Grape assieme a Jerry Miller. Ne sortiranno due album grondanti psych sgangherata e malsana, cui una strategia promozionale a dir poco suicida (dal primo disco furono pubblicati contemporaneamente otto singoli!!!) precluse un adeguato ritorno commerciale.
Tuttavia, tra festini a base di groupies più o meno maggiorenni e strettissime frequentazioni con acidi d’ogni ordine e grado, il 1967 andava consumandosi febbrile e dolcissimo, fino a che al buon Skip non venne in mente di aggredire – armato d’ascia in una notte di delirio - i compagni della band. Nessuno si fece male, ma al sanatorio Bellevue di New York, dove Alexander fu tempestivamente internato, la diagnosi piovve spietata: schizofrenia paranoide grave. Seguirono sei lunghi mesi di terapia/detenzione, dopodichè non gli rimasero che un pugno di canzoni in testa e un futuro nebbioso, appena rischiarato dall’ancor valido contratto con la Columbia. In virtù del quale David Rubinson, già manager dei Moby Grape, lo contattò per chiedergli: “Cosa vuoi fare?”. La risposta: “Voglio comprare una moto, andare a Nashville, incidere un disco”. “Nashville?”. “Ah-ha”. Ciò che accadde dopo, fu Oar.
Rubinson - cui non difettavano generosità e avvedutezza - si preoccupò di avvertire il tecnico dello studio di Nashville circa il talento e la stravaganza di questo tipo, raccomandandosi di assecondarne ogni idea, anche la più improbabile e bizzarra. Premura che fu abbondantemente premiata dal risultato, forse la più alta espressione psichedelica ottenibile da una sola persona (alle prese con voce, chitarre, basso e batteria) per mezzo di un arcaico – anche per quel 1968 – impianto a tre piste. Come scrisse bene Rubinson sulle note dell’edizione originale, “il solo suono che udite è Alexander Spence”.
Eppure, che complessità vischiosa, che formicolanti interazioni, quali dense anatomie abitano la scarna natura di questi blues trasparenti, di questi country lunari, di questi vaudeville prosciugati e derisi, come ammassi sognanti e fiammelle rapide, giochi di luce nella notte (della ragione). Quello che le cronache ricorderanno come uno dei dischi meno venduti della storia della Columbia inizia con un country blues che ti strappa la pelle dal cuore: tutto l’armamentario (brancaleone) di strumenti si chiude a coppa per contenere il malinconico liquore di Little Hands, cantata come si cantano le febbri e le desolazioni, con la vaga rifrazione di due tracce vocali sovrapposte, il ricciuto riff di elettrica reiterato sul canale sinistro, la pulsazione flessuosa del basso, il secco cincischiare della batteria… Pezzo grandissimo (se ne ricordano, non a caso, versioni di Robert Plant, di Beck, di Eddie Vedder...) vestito di buio e ruvida visionarietà, incipit ideale per quella sorta di gioco al rimpiattino che Skip decise di condurre alla crudele e scanzonata ricerca di se stesso.
Questo continuano a dirci tanto gli aspri frammenti di tenebra (una Cripple Creek che sarà senz’altro piaciuta a Johnny Cash, quelle Weighted Down e Broken Heart come un trip nero di Gram Parsons) quanto i siparietti di ebbrezza briccona (la beckiana Dixie Peach Promenade, quella Margaret-Tiger Rug un po’ alla Ringo Starr, una Lawrence Of Euphoria che non sfigurerebbe tra le saltellanti bizzarrie dei The Who), mentre il cuore perde colpi inciampando nelle sbalorditive Diana (blues in filigrana acustica con una magnifica slide notturna), War In Peace (quintessenza psych fluttuante tra effetti vertiginosi, talmente scellerata da permettersi en passant una sarcastica citazione di Sunshine Of Your Love) e All Come To Meet Her (folk ai margini di un sogno, come i Byrds annegati in un acquitrino alcolico).
Si usa spesso paragonare queste canzoni a diamanti grezzi: accettata la metafora, direi che le pietre più preziose e scabre - al punto da spaventare - sono Books Of Moses (blues alla fine del mondo conosciuto, tra le apocalissi scomposte di Dylan ed i recessi epici di Roy Harper, assediato da rumori ambientali – una pietra scolpita, un fortunale, rintocchi e boati – quasi ingenui nella loro teatralità) e la conclusiva Grey/Afro, sordido dipanarsi di una marcetta onirica lungo una geografia di corde aleggianti e percussioni irrequiete, che nelle intenzioni dell’autore doveva saldarsi in una sorta di medley a This Time He Has Come (opportunamente recuperata nell’edizione Sundazed del 1999) procedendo così per circa un quarto d’ora di delirio luminoso e dolciastro, come una marcia folle e palpitante nel cuore stesso del genio.
In mano all’imperscrutabile disegno della Provvidenza, negli anni che seguirono Skip sprofondò sempre più nella malattia, praticamente solo, preda di un alcoolismo disperato: in premio, si beccò un cancro polmonare che finì di consumarlo il 16 Aprile del 1999. A stento riuscì ad ascoltare i nastri dell’album-tributo More Oar, di cui pare fosse entusiasta. Se questo ci può consolare.
(8.0/10)
Scheda: Alexander 'Skip' Spence
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