Los Angeles, 1988: il terremoto trance-rock sta rilasciando le sue energie residue dopo aver generato, con la scossa Savage Republic, una faglia profonda nella vita musicale della megalopoli californiana. Pochi tra i contemporanei avvertiranno il movimento tellurico al di là di quei confini desertici (1), soprattutto in virtù della scarsa o nulla diffusione dei manufatti pubblicati da quella che sarà, a tutti gli effetti, una delle grandi scene dimenticate della storia del rock. Riscoperta solo diversi anni dopo il suo tramonto, grazie a una critica attenta a cogliere e indagare certi nomi spesso ricorrenti nelle dichiarazioni dell’intellighenzia musicale americana, come pure alle imprescindibili ristampe dei profetici Savage Republic (2).
Non è della band di Bruce Licher, all’epoca quasi sul punto di congedarsi, che si intende parlare in questa sede, bensì di un’altra formazione di culto della città degli angeli: i meno fortunati - a conti fatti - Red Temple Spirits. Eppure promette grandi cose il quartetto formato da William Faircloth, cantante di origini inglesi dalla voce cavernosa (3), Dallas Taylor (chitarra), Thomas Pierik (batteria) e Dino Peredes, bassista proveniente dagli Psi-Com (4); predizione fatta sulla base di un esordio che mostra in controluce i tratti dell’opera destinata a entrare nella storia. Per una serie di congiunture sfavorevoli, l’evento avrà luogo a distanza di molto tempo: forse ora racconteremmo un’altra storia se del LP di Dancing To Restore An Eclipsed Moon, la Nate & Starkman fosse riuscita a pubblicare più di cinquecento copie (5).
I fortunati che ebbero la possibilità di aprire con le proprie mani il gatefold di quel doppio vinile dall’artwork esoterico si trovarono di fronte a una musica tanto inaudita nell’impasto sonoro quanto familiare negli elementi costitutivi: una sintesi equilibrata di dark e psichedelia ‘60s, diranno in molti; il superamento a sinistra di un afflato mistico di ascendenza kraut; un ponte ideale tra un Sé ripiegato in posizione fetale nel tormento dell’esistere, e un sentimento panico ancestrale, figlio di una simbiosi Uomo-Natura ormai irrimediabilmente consumata.
È sempre difficile ricondurre un suono così paradigmatico ai fonemi che lo generano, senza correre il rischio di svilirne l’unicità, la forza dirompente, il piacere dell’ascolto ma è anche compito del recensore fornire coordinate e appigli a chi legge. Si dirà dunque, a proposito del primo disco, delle convulsioni sciamaniche di Exorcism/Waiting For The Sun, tra batterie rituali à la Cure di Pornography ed esplosioni hard che suggellano il farsi giorno, del fluttuar di spiriti in un Liquid Temple spalancato su cinguettanti orizzonti new age o dello sturm und drang di cavalcate sulle ali della Notte (Dark Spirits). Per passare poi allo spleen distillato da voci dolenti e chitarre dal sustain infinito (Bear Cave) o all’estatico respiro del mare nell’Ibiza drogata di Barbet Schroeder (Where Merln Played). Ancor più spiazzante è il secondo vinile, tra una ruvida Nile Song presa in prestito da dei giovani Pink Floyd, vero e proprio pallino del gruppo (altrove filtrati dalla lente neopsichedelica degli uomini coniglietto), una Lost in Dreaming speziata da arpeggi in odor di primi Cult e soprattutto l’alieno sermone sulla piaga nucleare di Light Of Christ/This Hollow Ground, tra Amon Düül II, ritmi motoristici e voci che rimbalzano in camere d’eco.
Quel (poco) che avviene in seguito prelude a un lungo - ma forse prezioso - silenzio. Nell’attesa di eventuali “rumori”, rimandiamo all’ascolto per le vere ipnosi e visioni.
(1) curiosamente tra quei pochi, c’era una fanzine romana denominata “Viva”, successivamente diventata etichetta discografica che si prese l’onere e l’onore di diffondere quella musica straordinaria. Testimonianze fondamentali del suo operato e della scena californiana dell’epoca restano proprio le due rarissime compilation intitolate Viva Los Angeles, I & II, pubblicate rispettivamente nel 1986 e nel 1990.
(2) l’intera discografia è raccolta in un prezioso box set pubblicato dalla Mobilization e rappresenta tutt’ora l’unica testimonianza facilmente accessibile della trance californiana.
(3) Faircloth era reduce dall’esperienza lisergica dei Ministry Of Love.
(4) negli Psi-Com, riconducibili anch’essi in una certa misuta al fenomeno del trance rock, ha forgiato le corde vocali nientemeno che Perry Farrell dei venturi Jane’s Addiction.
(5) la successiva e finora unica stampa in CD fu realizzata, sempre nel 1988 in un numero limitato di copie, dalla Fundamental che diede alle stampe nel 1989 anche il secondo e ultimo album della band, If Tomorrow I Were Leaving For Lhasa, I Wouldn't Stay A Minute More…
L’unico modo per recuperare i due album dei Red Temple Spirits è quello di ricercarli su e-bay in aste non proprio economiche, per usare un eufemismo, ma quantomeno per il primo lavoro sono soldi ben spesi.
(8.0/10)
Scheda: Red Temple Spirits
Pubblicazione: 02 Febbraio 2004
File under: Rock
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