Chi sono i Monitor? Gli ultra appassionati di new wave d’epoca, i cultori delle derive no wave statunitensi verso la ‘Costa Occidentale’, e i Meat Puppets lo sanno certamente. Le prime due categorie perché affette, in forma manifesta e cronica, dal morbo del "collezionista vinilico", l’ultima, impropriamente tale, per una semplice e chiara ragione: i Meat Puppets, infatti, su un disco dei Monitor ci esordirono addirittura. E così come, almeno si dice, il primo amore non si scorda mai, allora è facile pensare che i Meat Puppets difficilmente abbaino obliato quel ridicolo, iperveloce, cameo-hardcore lascito quale grazioso presente sull’omonimo debutto dei nostri.
Uscì nel 1981 e, questa è la cosa veramente inspiegabile, non fece scalpore alcuno. Disco meraviglioso, eccentrico, originale ed essenziale. In esso, Hair – liberamente ispirata al noto film-musical dallo stesso nome – non è che un breve inciampo di percorso, che non apparenta stilisticamente per nulla i Monitor ai pur bravi Meat Puppets. Monitor, il long playing, parla infatti una lingua strana, antica e moderna in un sol colpo, luminosamente appigliata all’ancora lisergica dei Sixties (tra)passati – Silver Apples, soprattutto, nell’uso dell’elettronica ossuta e circolare, ma anche certi Doors nei giri armonici stregoneschi – e in viaggio, ahimè solo agognato, verso un futuro roseo e luminoso.
Basterebbe la sola traccia iniziale per gridare al mezzo miracolo; We Got Messages dovrebbe, a ragion veduta, godere la minuta fama di capolavoro del combo di Keith Mitchell (batteria), Michael Uhlenkott (voce e chitarra), Laurie O’Connell (basso e voce) e Steve Thomsen (synth, tastiere). Dovrebbe, se non fosse che nessuno quasi – colpevolmente anche per molti addetti ai lavori maggiormente smaliziati nello Stivale - ricorda più il loro benedetto, santissimo, nome.
Tastiere che sollevano polveri sintetiche che poi rutilano in sordina via, un crescendo misterioso e percussivo, poi l’innesto delle due voci – maschile e femminile – in un rincorrersi mantrico e magico dove svaporano continui bollori del synth quasi nascosto. Il tutto nelle forme di una ballata marziale, robotica, psichedelica, primitiva e futuristica visione d’un "non luogo" dell’anima barrettiano. In essa si respira l'identica sommessa attesa cosmica che agitò Astonomy Domine dei Pink Floyd.
Altro capolavoro del 33 giri è In Terrae Interium. Se è plausibile considerare Refrigerator Door degli Human Switchboard quale (ripulita) Sister Ray per la generazione wave, allora In Terrae Interium è l’equivalente, per le medesime genti, del classico macabro—magico-stoogesiano di We Will Fall. Manca la viola di Cale è vero, ma la cadenza catacombale, i cori da zombie ipnotizzati ci sono ancora tutti, con in più una vena compositiva che sottilmente sembra legare, in ideale genealogia, le litanie sussurrate di Lydia Lunch e quelle noisy dei futuri Of Cabbages And Kings.
Le sorprese, per fortuna, non finiscono qui: Mokele-Mb embe recupera dolcezze vocali e corali dall’Africa centrale, adottandone il polipercussivismo remissivo e fiabescamente circolare, Pavillion si apparenta (dandone una versione assai più colta) al synth-pop in grazia d’arte dei coevi Units (sposandoli a cadenza robotiche e un certo orientalismo stile Raincoats), e poi, a chiudere, Phosphorea e la lunga I Saw Dead Jim’s Shade (un omaggio a Morrison?), breve quadretto instrumental innovativo nella metrica l’uno e profezia dark-liquidescente l’altra.
In parole povere, uno dei classici smarriti dell’epoca, nonostante, infatti, Laurie O’Connell abbia dipresso prodotto i due primi vagiti discografici dei citati Puppets, niente di quella sua notorietà indiretta si sarebbe riverberata sulla grandezza (incompresa e dimenticata) del gruppo madre.
(8.0/10)
Scheda: Monitor
Pubblicazione: 01 Novembre 2008
File under: Wave
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