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Post Industrial Voti redazione e staff

Missing Foundation

Missing Foundation

Purge

Chunks of screaming noise li definisce, i pezzi contenuti in questo omonimo esordio, la prestigiosa scheda - dedicata ai sottovalutati terroristi newyorkesi di ½ '80 - della Trouser Press di Ira Robbins. Roba da cardiopalma, credetemi. Uscito originariamente per la minuscola Purge Records (esordiranno fra le sue fila anche i bravi Of Cabbages and Kings) l'ellepì in questione (edito nel 1987 fu poi ristampato, dalla Restless, nel 1990) non rende purtroppo pienamente giustizia a ciò di cui i Missing Foundation furono capaci dal vivo.

I loro shows presso l'Alphabet City - ancor oggi leggendari - infiammarono la scena della grande mela; compressi rituali di "pubblica" espiazione, essi vissero interamente sull'enorme carica energetica e distruttiva emanata dal combo fedele, lungo i 5 album pubblicati in carriera, ad un'idea incompromissoria d'arte "totale" e "anonima" (tali restano le identità dei musicisti coinvolti in quest'impresa) comprendente attivismo sociale, graffitismo oltre che musica.

Kill the Hypnotic Bastards crepita, ulula, guaisce e vagisce in un'incontrollabile agonia lo-fi noise che poco ha a che spartire con le "compostezze" - e forse tali sono se a queste paragonate - di pur temibili guastatori concittadini e coevi quali i Pussy Galore. Quanto di ritualistico il loro sound poteva celare è, invece, svelato da songs come Awsome Blacks, cadenzato baccanale fragoroso e industriale, mimesi martoriata delle più scomposte armonie da libera improvvisazione (stile FMP, per capirci). Su d'un "noise rapping" a corrente alternata s'invola, fin dalle sue primissime battute, Posada (non date retta al titolo), feroce e malevola imprecazione d'un malato al suo stadio terminale e primo fondato indizio d'una prassi curativa forse più devastante della stessa malattia curata.

I Missing Foundation degradano il mondo degradando se stessi, demoliscono certezze abbattendone di proprie. Le loro pantomime sonore, che si consumano dolorosamente fra 4 mura domestiche, seppelliscono sotto tonnellate di detriti armonici fumanti l'idiota ottimismo dell'americam dream. Ogni uomo è solo, al cospetto dei propri demoni interiori, nell'universo decadente (dis)abitato dal gruppo.

Eat by the Pool rigurgita, dandone dimostrazione, straziante hardcore e urla "trovate" puntando forse ad uno scopo: posare, in un caos armonico aberrante, le fondamenta d'un nuovo "combat rock", eccessivo e selvaggio. L'eredità degli MC5 (e dei loro muri del suono compattissimi) sorregge, invece, l'ispirazione del gruppo in episodi tutto sommato regolari. In Star of David v'è persino la ricerca del "groove" (angolare e metallico finchè si vuole ma pur sempre lascivo) e, almeno per una volta, la voce solista non urla, canta.

Punk-funk (Mark Stewart docet in Little Jean of France), phatos metal, improvvisazione radicale, musica industriale, prodromi del noise "a venire" e una buona dose di campionamenti e tape loops rendono virtualmente inascoltabile ognuno degli episodi costituenti questo terrifico ciclo d'affreschi (da ultimo anche Star of David, che degenera - manco a dirlo - in un finale concitato) volutamente iperespressionisti e iperrealisti. S'ascoltino l'elettronica dimessa e frastornante, i feedbacks lancinanti che, in All Washed Up, coagulano malevoli e irritanti come densa e tossica vernice sulle pareti d'un manicomio.

Il gruppo che, durante i suoi live acts, ha apertamente incitato al saccheggio e alla disobbedienza "(in)civile" più sopra le righe è stato forse troppo presto lasciato cadere nel dimenticatoio. Sadico e autolesionista ben più dei quasi contemporanei Cop Shoot Cop, il sound delle 10 epilessie contenute in questo disco racconta come i mid-eighties - nelle metropoli U.S.A. - fossero popolati d'esseri umani preistorici, brutalmente primitivi: benvenuti nell'evo delle palafitte post-industriali.

(8.0/10)

Pubblicazione: 01 Novembre 2008

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Massimo Padalino

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