L'hardcore punk americano attraversa nei primi anni '90 una fase di profondo rinnovamento. Dopo anni senza novità sostanziali se non in fatto di potenza e velocità, s'intravede un futuro per un suono ormai imbalsamato, vincolato da cliché e fondamentalismo attitudinale.
A indicare una delle vie di svolta erano stati, nel decennio precedente, Minutemen e NoMeansNo, introducendo influenze jazz e dimostrando una perizia tecnica inconsueta per un genere i cui tratti distintivi sono l’impatto sonoro e il messaggio da trasmettere. Le bands più originali di quello che verrà chiamato post-hardcore provengono dalle metropoli della costa est, ma il gruppo destinato a produrre il lavoro più coraggioso è di di Salt Lake City e si chiama Iceburn.
Il nome è un ossimoro e tale è il contenuto contrastante di Hepheatus: hardcore progressivo, jazz-punk, la freddezza dell’avanguardia infiammata dall'urgenza espressiva. Un concept album monumentale, chei supera abbondantemente i 70 minuti, composto da quattro movimenti a rappresentare i quattro elementi naturali dell’antichità (fuoco, terra, aria e acqua). Le illustrazioni di Rich Jacobs e il titolo preso dal nome del dio greco del fuoco potrebbero far pensare a dei nostalgici del vecchio prog rock, o al massimo a dei metallari colti, non ad un power trio che naviga tra i generi senza gettare l’ancora in nessun porto, ma facendo incetta di idee e suggestioni.
Hepheatus è il risultato di un cannibalismo sonoro che ricorda i primi PIL e le bands No Wave, i Naked City e i God, musica morbosa e ibrida, rumore bianco e energia black. ll lavoro si sviluppa attraverso crescendo sonici e cambi imprevedibili, momenti di quiete interrotti da sconquassi emo-core e rifferama hard rock. In certi momenti il suono è sporco come il miglior grunge, in altri siamo sprofondati in una illlimitata suite psichedelica, il drumming è ora galoppante, ora caotico. La voce intona nenie ipnotiche, viene sommersa dal suono magmatico per poi riemergere in urla prorompenti e virtuosimi assortiti, tra schitarrate atonali e basso frenetico.
Non è proprio il tipico disco che ci si può aspettare dalla Revelation Records, nel cui catalogo è custodito il sacro verbo dello straight edge a stelle e strisce, dai Gorilla Biscuits ai Judge. All’epoca i riscontri della critica sono soddisfacenti ma non quelli del pubblico, che preferisce rivolgersi ai più rassicuranti Quicksand e Into Another.
Gentry Densley e compagni, consapevoli del proprio status di band di culto, negli album successivi vireranno decisamente verso il free jazz e l’avanguardia, diventando l’Iceburn Collective, composto da 2 chitarre, 2 bassi e 3 fiati.
(8.0/10)
Scheda: Iceburn
Pubblicazione: 01 Ottobre 2006
File under: Hardcore
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