Telex sugli It’s A Beautiful Day: gruppo tardo psichedelico californiano capitanato dal violinista e cantante David LaFlamme, già nel giro di Jerry Garcia. Mai stati troppo famosi dalle nostre parti, a parte la vicenda Bombay Calling, il cui riff fu - per così dire - preso in prestito dai Deep Purple per confezionare la monumentale geremiade di Child In Time. Non si tratta di una somiglianza: quel riff è identico. L’originale è soltanto meno compatto, più sfarfallante e nevrastenico, affidato ad una giustapposizione di “voci” (violino, celeste, organo) che lo riscaldano fino al calor bianco, prima di gettarsi in una lunga sezione strumentale (chitarra scabra, percussività esagitata, organo doorsiano, cori e violino pescati nel Gange…) che sprimaccia le coronarie. Pensa te, i cari vecchi Purple…
D’altro canto, che fossero rimasti ammaliati da It’s A Beautiful Day, album d’esordio per il quintetto di LaFlamme, non stupisce affatto. Quanto a potere incantatorio, se la cava bene ancora oggi. Si dice che un disco sia invecchiato bene o male - o abbastanza bene o abbastanza male - secondo di quanta muffa dobbiamo grattargli via. Bene, dovremmo riconsiderare il valore e il sapore di quella muffa (tanto più in questo tempo di produttori e band a caccia come segugi di quel suono, di quelle soluzioni, addirittura di quegli stessi strumenti). Che sia una muffa allucinogena? Forse, visto come ci trasporta altrove e altroquando.
Prendete White Bird, la traccia d’apertura: roba che t’inchioda, roba da repeat ipnotizzante, roba che frizza il sangue neanche ad essersi sparati in vena l’idrolitina. La furbetta introduzione di sitar, il bordone d’organo, lo sfarfallio cartilaginoso di percussioni e batteria, la calligrafia puntuta di chitarra, le evoluzioni & involuzioni del violino, quelle voci pervase di flemmatico delirio… Ascoltarla è come decollare nella p(l)ancia dell’aeroplano Jefferson per poi tuffarsi in un acquario pieno d’orzata acida High Tide, tra seppie con sguardo cupo Dirty Three e cavallucci marini illanguiditi da malinconie Tindersticks. Notevole anche il valzerino psicoattivo di Girl With No Eyes, trame incrociate d’harpsichord e chitarra, canto e controcanto, organo e violino, quasi dei Fairport Convention ad un falò notturno sulla spiaggia di Santa Monica. E che dire della sorprendente prefigurazione Low di Bulgaria, uno stridio d’organo a fare da sfondo alla minaccia ombrosa dei versi, la speranza allarmante del chorus in sella ad un piano frenetico e dolciastro, e quella coda spaziale, nera e densa, impenetrabile.
Resta da dire di una Hot Summer Day che imbastisce un country psych (l’armonica sorniona, l’organo scenografico, il wah wah mesmerico) tra Jefferson Airplane e Animals, di quella Wested Union Blues che manda allo sbaraglio un piano ebbro, la chitarra ulcerata e sordide voci pseudo-glam in orgiastico funk-blues, e soprattutto della conclusiva Time Is che per quasi dieci minuti alterna delirio boogie e bolgia garage, serialità kraute e sabba wave, mordace e languida come i primi Roxy Music, scellerata e psichedelica come certi Ten Years After (c’è pure l’immancabile assolo di batteria, che però – bontà sua - si ferma un attimo prima di rompere i coglioni). Un gran disco. In casi del genere, si usa dire: capolavoro misconosciuto. Proprio così.
(8.0/10)
Scheda: It’s A Beautiful Day
Pubblicazione: 01 Settembre 2008
File under: Folk
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