Autopsie, dissolvimenti, destrutturazioni. Eppoi, il sovvertimento della strumentazione "canonica". E ancora il rifiuto dell'urlo liberatorio, l'implosione del canto, la voce cieca. Il rock, "post. Ma come poteva essergli accaduto? Semplice istinto di sopravvivenza, del tipo: visti i tempi che corrono, o cambiare pelle o morire. E il rock si guardò dentro, guardò dietro, smise di credersi Rivoluzione e Salvezza. Piantò lo sguardo dritto nell'abisso, coniugando antiche lezioni (il kraut, la wave, la psych più deviata, il prog più alieno) all'attualità. Ecco, questo mi sembra essere stato il post rock: una missione, un sentimento, un'internazionale del disinganno. I mezzi e le forme (i "generi") vengono semmai dopo, molto dopo. Di tale convincimento (o folle delirio, fate vobis) i Polvo da Chapel Hill, North Carolina, furono interpreti forse occasionali tuttavia importantissimi.
Già eroi delle college-radio, definirono in pochi anni un rock obliquo e impetuoso, iperstrutturato e furibondo, cerebrale e intenso. Da Cor Crane Secret (1992) ad Exploding Drawning (1996) tracciarono un discorso espressivo tanto folgorante quanto defilato, di cui Shapes fu magnifico canto del cigno Di più: con la sua indeterminatezza perniciosa da vetro opaco, la disposizione dei pezzi, l'enigma degli arabeschi d'intermezzo (geniale estetica dell'altrove a scompigliare riferimenti e certezze), la flemma rugginosa della voce, quelle chitarre ossute sempre sul punto di soccombere all'asfissia del ritmo, mi sembrò fin da subito una sorta di emblema, apoteosi e implosione assieme del post-rock. L'ascolto è un percorso strozzato, un cerchio che non si chiude mai davvero, un pensiero che si scopre condannato all'assurdo.
Tracce che all'inizio sembrano scivolare sulla pelle e vaporizzarsi nel ricordo come uno dei tanti rumori organizzati della quotidianità, ma bastano pochi ascolti perché siano più nitidi i contorni e irreversibili le conseguenze: pensate ad un collasso pilotato, ad una morte che si lascia attraversare consapevolmente. Il noise esplode e rincula facendo vacillare forma e ritmo (Everything In Flames!, la paradigmatica - anche nel titolo - Rock Post Rock), tra scettiche derive hard-psych (la serrata D.D., o l'hendrixiana Downtown Dedication, con una pazzesca tromba mex tra gorghi ascensionali di corde), e tracce intere consumate in lisergici intermezzi a suon di tabla e sitar (The Fighting Kites, Pulchritude, mentre The Golden Ladder è un raga marziale in diretta da qualche sogno sixties avariato).
Su tutto, un diffuso senso di smarrimento, come chiudere gli occhi un istante e scoprire bruciati giorni interi, con il mondo che precipita ubbidiente a-farsi-fottere. Discorso a parte meritano Twenty White Tents e El Rocìo: la prima è una sorta di country estremamente rallentato, un clavicembalo, l'ossessivo carillon di chitarra, una percussione sorda, la litania della voce a condurci di stanza in stanza, di trapasso in trapasso, mentre minacciose pennate ci rassicurano sul fatto che almeno la rabbia - quella sì - esiste; la seconda è un estenuante strumentale di perlustrazione, lo iato tra percussività irrequieta e ghirigori incrociati di corde, l'inquieta disarmonia del crescendo, le soluzioni di continuità in apnea, gli insidiosi stillicidi di tastiere, come un'orbita potenzialmente infinita, costantemente in bilico sul centro del problema. Sul centro vuoto del problema. Chiude la straordinaria Lantern, cosmica e solitaria come uno sputo blues-rock scagliato al fortunale incombente, al domani che non-si-sa-come, all'inettitudine della visione.
Che proprio nel momento in cui si scopre fragilissima, impone la propria bastevole, vivida, irrinunciabile unicità. Insomma, una pervicace strategia del disincanto, o meglio dell'incanto senza prospettive, che negando al rock la speranza ne disinnescava le velleità, consegnandolo - triste angelo di desolazione - al grigio incedere dei tempi. Sempre viva però la fede nelle capacità del suono, del ritmo divincolato, delle modalità finalmente libere: inevitabile quindi riedificare il tempio sulle macerie, riabbracciare il balsamo proteico della melodia, come già fu per la breve parabola dei pionieri Slint, così come più avanti ben testimonieranno le trepide morbidezze di L'Altra e Tarwater.
Il rock non più "post" dunque, ma sopravvissuto, vaccinato nella tempra e nei propositi. Quindi: più forte. Proprio come in Shapes, che attende solo nuove orecchie in cui far risuonare la magia, il nesso dirompente con quello che è stato e che forse sarà.
(8.0/10)
Scheda: Polvo
Pubblicazione: 01 Ottobre 2007
File under: Hardcore Youth
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