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Genere

Shoegaze

Data di uscita

Gennaio 1991

Pubblicazione

01 Aprile 2007

My Bloody Valentine

Loveless

Creation Records

Dublino, 1983: il chitarrista Kevin Shields fonda assieme al batterista Colm O’Cioseg un gruppo chiamato Complex. Reclutato David Conway (voce) e trasferitisi a Berlino, pubblicano This Is Your Bloody Valentine (1984), mini album lacerante e smanioso vicino alle posizioni di certo dark-punk. Approdati a Londra, gli ormai My Bloody Valentine segnano col mini The New Record Of (1986) un allibente cambio di passo, più lento, rarefatto, plumbeo e irrequieto.

Per un Conway che se ne va entrano in pianta stabile la bassista Deborah Googe e la chitarrista-cantante Bilinda Butcher. Ep dopo ep lo stile si delinea, puntando la barra su una distorsione sempre più fitta e ipnotica. Una scelta che si rivelerà epocale.

Tra l’87 e l’88 quattro mini album furono sparati come proiettili traccianti in direzione di un obiettivo ancora oscuro: tra Strawberry Wine e Feed Me With Your Kiss si consuma la decisiva luna di miele con l’eredità dei sixties, sottoposta però a dilatazioni stordenti, con i sogni di visione & percezione precipitati in un limbo di chitarre aliene e melodie sempre più impalpabili (e perciò insidiose).

A questo punto scende in campo Alan McGee che offre i servigi della scialuppa Creation per approdare al desiderato primo album: Isn’t Anything (1988) è un po’ Sonic Youth e un po’ Pretty Things, un po’ Big Star e un po’ Velvet Underground, ma a dire il vero una roba tanto sordida, sfibrata e nel contempo ammaliante non si era mai sentita, e solo la monumentale consistenza del passo successivo condannerà quest’album ad un immeritato ruolo di secondo piano.

Se gli ep Glider (1990) e Tremolo (1991) approfondirono il fossato, a renderlo definitivamente incolmabile fu l’avvento di Loveless: niente normalizzazione, nessun cedimento, anzi un brusco balzo in avanti per mezzo di copiosi espedienti elettronici. I Valentine potevano ormai dirsi entità inafferrabile e meravigliosamente autonoma.
A dimostrarlo basterebbero i primi trenta secondi di Only Shallow, quell’aereo e svisante impianto chitarre-tastiere, il palpitare asciutto del drumming, il basso a spalmarsi nella calca e la voce di Bilinda garza dolciastra su corpo rock devastato. Poco o nulla a che vedere con onanismi di feedback né con le emulsioni posticce targate Jesus & Mary Chain: qui si tratta di seppellire la melodia, affossarla sotto magmatiche accumulazioni, fiaccarne l’aspetto sperimentandone così la persistenza, l’oscuro potere incantatorio.

Così è anche per Loomer, le pennate fittissime come un’oscura febbre Velvet Underground, gli accordi che si inoltrano nell’ebbrezza circolare, le distorsioni come fatamorgane tra innumerevoli giustapposizioni sonore. Quindi, sorta di raggrinzito arabesco lo-fi, Touched è un intermezzo che fa digrignare i denti prima di scivolare in To Here Knows When, ibrido mostruoso Cure-Swans su giradischi esposto a fall out nucleare: da qualche parte dovrebbe ancora esserci il borbottio del basso, ma quello straziante gorgo di mercurio vaporizzato - come l’urlo di un aereo in angolo stretto di caduta - sembra ingoiarsi tutto, tranne la storta dolcezza del canto, tranne il lieve tambureggiare, tranne il vivido ornamento d’archi (campionati) che occhieggiano al centro della tempesta.
La camera di decompressione prima di When You Sleep (chitarra slide in fango lisergico), non provvede ad avvertirci circa l’improvvisa solarità del riff tastieristico che ne schiude i misteri, facendone senz’altro punto di riferimento per il melodismo corale (e talora ben più lezioso) degli Smashing Pumpkins, rivelando una gaiezza colma di implicazioni nascoste, con gli ectoplasmi sonori aggrappati alla congerie di tremoli e sampling. Difatti I Only Said morde il pedale e si avventura nelle crudeltà derelitte di marca Sonic Youth, spandendo pennellate sintetiche e una torrida, atroce danza di colori dentro cui l’ugola di Bilinda sembra mimetizzarsi fino al punto di svanire.

Febbricitante e austera, la strategia di Shields non prevede rilasci o flessioni, persino quando a supportarne il peso è la struttura più quadrata di Come In Alone, dove la spazialità consueta della strumentazione rock torna ad occupare posizioni più consone (lì c’è il basso, là il rovello delle corde, sopra la batteria, più dietro il brancolare dei synth) e la narrazione sembra fluttuare languida, sull’orlo di un vuoto che si mangia l’aria.

Dicevamo dei Pumpkins: fin dalle prime battute Sometimes si impone come autentico cliché di “fiabesco corganiano” - con quella semiacustica in primo piano, l’aleggiante crepitio delle corde, la tastiera rapita da malumori fanciulleschi e lo zucchero della melodia intossicato da vaghi timori dark - con la differenza non da poco che qui il malanimo non lascia respirare neanche la nostalgia. Se poi con Blown A Wish si consuma il momento più “tenero” del disco (una tenerezza che Bilinda spande come alito furtivo tra cascami sonori deraglianti), la successiva What You Want ha spigolose movenze da marionetta dark (riecco la silhouette di Robert Smith…) tra scenari di rabbia inesplosa e dolcezze lasciate sfrigolare nel più torvo dei rancori.

Chiude le danze Soon, stomp febbrile che si consuma come un miraggio, alternando alla gaia estrosità di certi Primal Scream l’urlo vischioso di matrice Spaceman 3, mentre il centro di gravità è sempre più un’essenza che fugge, ennesima vertigine urticante e desolata.

Dopo questo disco, più nulla, come se a un’ombra tanto definitiva non potesse seguire che il buio. Ufficialmente però i My Bloody Valentine non si sono sciolti, e anzi si favoleggia - voci incontrollate a raschiare il silenzio - circa fantomatici nastri cui il buon Shields (ormai produttore a tempo pieno, in pratica membro aggiunto dei Primal Scream) starebbe apportando le ultime, innumerevoli, estenuanti manipolazioni. A tout à l'heure, Kevin.

(8.1/10)

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Stefano Solventi