La discografia del Lou Reed solista è spaventosa. Non solo numericamente, ma anche per l’incredibile discontinuità: si passa da pietre miliari indiscusse (Transformer, Berlin, New York…) a mezze ciofeche (Sally Can’t Dance, New Sensation…), passando da epici/atipici live (Rock & Roll Animal, Take No Prisoner) e sperimentazioni selvagge (Metal Machine Music).
In mezzo, un po' defilato, ai margini del cono di luce, Coney Island Baby. Un passaggio in penombra, sorta di istantanea senza tempo in cui l’anima nuda della città si vide riflessa nel proprio feroce specchio nero, caustico micro trattato di antropologia urbana sulle lucide follie di trans meravigliosi e anime fuori giri, disperse in un mondo imbizzarrito e crudele, tra dissolute chimiche di declino e strazianti microspasimi esistenziali.
La tensione tra stanze armonico-ritmiche e tessiture poetiche, al solito essenziali le une e sordide le altre (ancorché pervase di pietismo asciutto), il mood gelido e vibrante, il blues bianco e il folk elettrificato, il rock innervato di acidità glam e pulviscolo jazz: come dire, Reed nella sua forma quintessenziale, pervasa di acerba, indolente e malsana purezza.
Si parte con Crazy Feeling, il primo dei tanti ghigni che troveremo dispersi tra i solchi (si fa per dire…) di questo disco: Lou canta beffardo sull’impianto acustico del pezzo, coronato da campane (?) e da parabole di steel guitar (Bob Kulick), mentre il bel basso rotondo di Bruce Yaw si fa lietamente imbeccare dal drumming secco di Michael Suchorsky. Fatta la conoscenza della band (quante ne avrà cambiate Lou in carriera? E sempre più o meno ottime), passiamo all’edificante ritrattino di Charley’s Girl, una suggestione afro elettrificata, seconda raggelante ipotesi di fauna metropolitana, con un’ineffabile coretto (Michael Wendroff e Godfrey Diamond, quest’ultimo anche co-produttore assieme a Reed) ad abbozzare il sorriso cinico e rassegnato in faccia all’irreversibilità della situazione.
Non erano che gli antipastini: con She’s My Best Friend siamo con un piede in purgatorio, come già fa capire la palpitante introduzione (un arpeggio diafano e sbilenco a caracollare su pennate nervose), e come conferma l’incedere solenne di questa processione folk sottoposta alla cura di watt grezzi e spietati. Ormai assediati dall’aura della città in disfacimento, l’antica predilezione rockettara di Reed interviene - con gusto tutto sixties - a redimerci con una lunga coda ad alto tasso di energia, le chitarre lanciate in traiettorie radenti, la ritmica a precipizio in una bolgia di basso e piatti, il coro sguaiato in libera uscita.
Ma la metropoli respira suoni, rumori e voci senza soluzione di continuità: così il jazz dissanguato di Kicks, corrotto di indolenza folk e blues agro, non si vergogna di ambientarsi nel vocio indistinto di un club, di sguinzagliare la chitarra in biechi intarsi funk, di sciorinare un testo durissimo che sputa frasi come frustate (il celebre “gattino” sbuzzato…) e di abbandonarsi ad un delirio crescente di batteria.
A Gift è ancora una ballata, la più ironica del lotto, un girotondo lascivo e appiccicoso dove Lou mette in scena un sordido e fallimentare machismo da strada. E’ invece pungente, elettrica e ad elevato indice di tossicità la successiva Ooohhh, Baby, sorta di rock’n’roll al contrario che volge in sentenza quello che fino a pochi anni prima sarebbe stato euforia, che trova la sconfitta dove prima era liberazione: sfaccettatura importante di poetica loureediana.
L’intro di Nobody’s Businnes sono onde di piatti che si infrangeranno fino al termine della canzone, lungo questo country-folk-rock inebetito e vibrante, incarognito dal mondo e dagli eventi, fantasticamente sostenuto da un basso su di giri e da un altro straordinario gig chitarristico: quando i pezzi “minori” in scaletta sono di questo livello abbiamo tra le mani il pedigree del classico.
Si conclude con la title track: decadente il canto, ossessivo il fraseggio della chitarra ritmica, misurata e pregnante la solista, i versi che sembrano non portare da nessuna parte e poi ti abbandonano sul tavolo di tortura di uno dei migliori chorus mai partoriti dal “padrino del punk”, nell’ambigua fanghiglia del testo, il suo risvolto aperto alle più sordide interferenze della vita…
Tirate le somme, è un disco meno velleitario di Transformer e più definito di Berlin, che ha il difetto di non eguagliare i picchi compositivi dell’uno e dell’altro. E' in ogni caso estremamente rappresentativo del Lou Reed migliore, al punto che lo vedrei benissimo come primo approccio all’arte del più antico animale rock in (piena e florida) attività.
(8.0/10)
Scheda: Lou Reed
Pubblicazione: 01 Gennaio 2007
File under: Glam Rock
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