La Band Of Gypsys (Buddy Miles ai tamburi e Billy Cox al basso) fu imbastita un po' per risolvere una grana legale (esclusive per le prestazioni firmate con una certa... disinvoltura) e un po' per contentare i Black Panthers che da tempo anelavano (e premevano per) vedere Hendrix all'opera in un fenomenale trio nero. C'erano tutte le premesse insomma per una fallimentare svendita di talento, per una sagra dell'atto dovuto. Fu qualcosa di più.
Dalle pieghe di quel suono - tuffato in morbosi catrami blues e malsane esalazioni soul - sembra infatti farsi luce una direzione antica e inedita. Tra cosmiche nevrosi e torridi riflussi, si scorgono i raggi di un sole nuovo. Nascente. Fillmore East è il luogo. New York, ovvero l'altra faccia del sogno psichedelico. Basta dare un'occhiata alla copertina - l'acidità insidiosa mangiacarne dei colori - per capire la piega presa dalle illusioni. I due spettacoli concessi tra l'ultima sera dei sessanta e la prima dei settanta furono - narrano le cronache - strepitosi.
Ce lo confermano i sei pezzi contenuti in Band Of Gypsys, lo ribadirà trent'anni più tardi il doppio Live At Fillmore. Mai la musica di Jimi era sembrata così arcaicamente nera, tanto nel blues corroborato funky di Power To Love e Who Knows quanto nel RnB sotto mescalina con venature gospel di Message To Love. Accordandosi benissimo del resto alle due creature del corpulento Miles, il soul serrato dalle curiose essenze country di Changes ed il funky stomp con indizi giamaicani di We Gotta Live Togheter: in entrambi i casi Jimi lascia proprio al batterista-cantante l'onere delle corde vocali, ma la sua chitarra in compenso schizza da ogni parte, ricama traiettorie affilate, obbliga il wah wah ad impressionanti giri della morte, si arriccia sospeso sul vuoto di un quasi-silenzio poi decolla a scheggia impazzita, incantevole ed esplosivo.
Come un fiore nucleare. Ma soprattutto c'è Machine Gun. Strutturalmente, un pezzo ordinario, alla portata - per dire - della devozione tronfia e invasata di certi Cream. Però vergato con la calligrafia distorta di Hendrix, la sua presenza trasfigurata (deforme, elettrica), il delirio vaticinante di corde al limite: dodici primi e quaranta di blues psichedelico a passo di marcia nel cuore nero dell'incubo vietnamita, il peana sanguinoso del canto e l'urlo interiore della chitarra, metallo vaporizzato come sirena d'allarme, elicottero a precipizio, eppoi il basso che avanza nel fuoco di sbarramento, le mitragliate secche del drumming ad altezza d'uomo.
E' forma e sostanza, è il sintomo di un'esplosione già mille e mille volte avvenuta, eterna crepa esistenziale tra ribellione e destino. Come una condanna scritta nella carne. Eccolo Jimi, mai così nudo, illuminato di stringente cupezza, paradigma senza possibilità di analisi o replica, corpo accartocciato in una sorta d'implosione spirituale. Quasi puoi sentirlo friggere nello sforzo, tanto è vicino al se stesso mitico e archetipo, alla parola fine. Un passaggio, un rituale che marchia a fuoco. L'incendio definitivo, la pira su cui il cadavere si consuma senza posa, cicatrice suppurante un dissidio profondissimo, un mistero insolubile.
Il blues, il folk, il rock and roll oltre il punto di rottura, disseminati in dischi le cui parti (quell'intro che sospende l'aria, la pressione devastante dei riff, assolo che crepitano mille infiorescenze buie) superano il pur immenso valore dell'insieme. No future, per Hendrix, ma un passato eternamente dissepolto, obbligato a caracollare su formidabili strade di fuoco. Band Of Gypsys è il collo di bottiglia, il grembo di una direzione rinnovata: Jimi è libero finalmente di comportarsi da artista "normale", solo col proprio rovello irrisolto, al crocicchio dove attende il destino. La sentenza è già scritta, ed è come se lo sapesse.
(8.0/10)
Scheda: Jimi Hendrix
Pubblicazione: 01 Giugno 2006
File under: Rock
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