Classe ’46 da Winter Haven (Florida), Gram Parsons si impegnò giovanissimo con il rock’n’roll adolescenziale dei Pacers, poi con il folk dei Shilos, quindi - approdato come tutti alle sacre sponde del Greenwich Village - tra le fila della International Submarine Band: Safe At Home (1967) è un buon esempio di folk con licenza di intingere il biscottino nella tazza della psichedelia. Tuttavia, prima ancora che il disco sfiorasse gli scaffali, Gram se n’era già andato, troppo forte il richiamo delle sirene californiane e di Los Angeles in particolare. Da lì ai Byrds, ne converrete, il passo fu abbastanza breve.
Il fatto è che McGuinn e soci avevano un gran bisogno di rimpolpare l’organico orfano del transfuga David Crosby, e la fertile vena del floridano rappresentava senz’altro una soluzione ideale. Ma la storia racconta che Parsons fece molto di più, imponendo ai mitici uccelli un drastico cambio di direzione: il risultato fu Sweetheart Of The Rodeo (1968), l’album che in sostanza definisce le coordinate del cosiddetto country-rock, trip molle e vorticoso nella periferia del sogno americano, speroni scintillanti e cappellacci di cuoio sotto una pioggerella di cosmica insoddisfazione. Le cose filavano alla grande, almeno fino a quando non si delineò la prospettiva di un tour nel Sud Africa dell’apartheid: Gram non ci pensò due volte e mollò tutto per fondare i Flying Burrito Brothers, la cui felice contaminazione country-errebì (The Gilded Palace Of Sin, 1969) riuscì persino ad aggirarsi tra i piani alti delle charts.
Risale a questo periodo l’inasprimento della tossicodipendenza, che troverà leggendario apice nella frequentazione della villa di Keith Richards durante le sessions di Exile On Main Street. Lasciati i Burrito ed incrociata la strada della giovane cantante Emmylou Harris, i tempi sembrarono finalmente maturi per l’esordio da solista, che avverrà con GP, undici tracce - gran parte firmate dal solo Gram - bagnate di calda ispirazione, sospese tra pacatezza e visionarietà, tradizione e audacia, struggimento e sberleffo. Esemplare, a tal proposito, l’iniziale Still Feeling Blue: drumming spudorato, basso proteico (è il produttore Rik Grech), fiddle guizzante, pizzicotti di banjo e slinguate di steel guitar, il tutto per un country che trottola lieve dalla mesta allegria dei versi all'innodia sanguigna del ritornello, con i cori di Emmylou morbidamente appoggiati al canto guascone di Parsons. Insomma, la tradizione e il proprio lato oscuro, linee d'ombra e grovigli d'anima anziché stivalacci, strade polverose e melodrammi in camicia di flanella.
La seguente We'll Sweep Out The Ashes In The Morning soffoca l'impeto e obbliga l'occhio ad uno sguardo interiore, rimbalzato tra pareti e respiri, tra i pastelli accorati di una fantastica steel guitar e la voce della Harris promossa a bellissima comprimaria. Ancora più in profondità, giù nel precipizio dei palpiti quotidiani, A Song For You è una melodia in apnea, cantata con la fragilità di un soffio, crocevia di tristezze e languori: l'organo pennella uno sfondo da tuffarcisi (Glen D. Hardin), i fraseggi di chitarra richiamano folk lontani, l'impasto sonoro ha la spoglia morbidezza di un cuore in attesa. Poi c’è Streets Of Baltimore che accelera di poco, o meglio serra le fila nella tipica maniera del country melodico, appoggiandosi ad un piano madreperlaceo e all'interpretazione quasi da crooner di periferia del buon Parsons. Più che la (bellissima) sostanza, è il silenzio che circonda queste canzoni a lasciare allibiti, il taglio di luce radente, lo spazio (disperso, spoglio, inutilizzato) di cui sono pervase.
Ad ulteriore dimostrazione, ecco She: dolce mestizia d'organo, corde spettrali, penombra struggente di violino, il nudo e affranto luccichio della voce. Quindi di nuovo in sella sul tempo in levare di That's All I Took, in cui l’ennesimo irresistibile duetto Gram-Emmylou deve cedere l’onore del proscenio ad una lancinante strategia di violino (Byron Berline), mentre la quintessenza folk di The New Soft Shoe - con quei colori in dileguare e l'energia pacificata della voce - potrebbe ben figurare nel repertorio del miglior Young acustico o del più serafico Will Oldham.
Se Kiss The Children fa incontrare l'epos del country con lo spirito del gospel (il coro è una straziante meraviglia), la seguente Cry One More Time è addirittura un rhythm and blues con i controcoglioni, serrato tra un piano adrenalinico e le madide avances del sax (Hal Battiste), un po’ come dei Creedence Clearwater Revival cantati sul velluto con un pensierino - perché no? - al revival giocoso del Lennon solista. Non resta che chiedersi a chi si rivolga la bruciante confessione di How Much I've Lied, prima di abbandonare dubbi e riflessioni ai piedi dell'estroso rock'n'roll di Big Mouth Blues, pieno zeppo di tutti gli ammennicoli del genere, dalla febbrile steel guitar al piano incalzante, dall'arricciarsi del sax al crepitare polveroso delle corde, dall'asciutto sussultare della ritmica fino allo yodel in filigrana della voce. Quando si dice chiudere in bellezza…
Le sessions per il nuovo album - con i Fallen Angels, band consolidatasi nel tour di GP - non si fecero attendere: Grievous Angel (1973) non avrà lo stesso riscontro commerciale del predecessore, ma è sempre lì ad affascinarci con gemme rabbrividenti quali Hickory Wind e In My Hour Of Darkness. Pochi mesi dopo, Parsons andrà davvero a cercare l’ora più buia nel deserto Mojave, dove un insostenibile mix di alcool e morfina metterà fine alla sua breve esistenza (aveva 26 anni, quel 19 settembre 1973). Il corpo, trafugato dopo il funerale dal manager Philip Kaufman, fu cremato a Joshua Tree secondo le volontà (sembra) dello stesso Gram. La leggenda nacque spontanea, seppure a fari spenti, ad accompagnare un testamento sonoro pressoché intatto nonostante i decenni: ancora oggi tra i devoti troviamo Wilco, Beck, Whiskeytown, Peter Buck, la splendida Lucinda Williams, il punto di vista “inglese” dei Mojave 3… E tantissimi altri, di qua e di là dall’oceano: tutti invariabilmente incantati dal sorriso beffardo di quel cuore ad orologeria
(8.0/10)
Scheda: Gram Parsons
Pubblicazione: 03 Marzo 2006
File under: Folk
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