Recensione
The Moonstation House Band David Vandervelde
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powero pop Voti redazione e staff

David Vandervelde

The Moonstation House Band

Secretly Canadian

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Ventiduenne da Chicago, cantante e polistrumentista, nome da calciatore e un'ossessione flagrante per il glam più capriccioso e accorato, già qualche collaborazione significativa alle spalle (con Mark Eitzel e gli Entrance tra gli altri), David Vandervelde debutta e lo fa alla grande. Ovvero, lui ci mette la smania ed il talento nell'incarnare forme e spirito Big Star/Marc Bolan (sentire per credere lo sfasato languore di Feet Of A Liar), mentre Jay Bennett - che stravede per il ragazzo - gli consegna le chiavi e i giocattoli del suo Pieholden Suite Sound (lo studio dove i Wilco partorirono Yankee Hotel Foxtrot), aggiungete inoltre il sapiente tocco di David Campbell ad orchestrare archi e ottoni, ed ecco che il sogno The Moonstation House Band può dirsi felicemente compiuto.

Dalla sfacciata imitatio T.Rex di Wisdom From A Tree (quell'impasto d'impetinenza e struggimento) alla cinematica mestizia Bowie di Corduroy Blues, dal ghigno acidulo dell'iniziale Nothin' No (che rimanda ai Black Crowes di Amorica) alla sbarazzina Jacket (memore di alcune cosucce Spector anni Cinquanta). Nel finale, una Murder In Michigan venata country-psych e soprattutto quella Moonlight Instrumental - balugini di tastiere e miraggi orchestrali per solenne ibrido Todd Rundgren / Mercury Rev / Lambchop - schiudono ulteriori ipotesi di sviluppo ed espansione dell'arte sonora vanderveldiana. Che per ora è una splendida emulazione. Domani, chissà.

(6.8/10)

Pubblicazione: 01 Gennaio 2007

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Stefano Solventi (Album 2007)

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