Recensione
Self Titiled Cirko Guerrini
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jazz Voti redazione e staff

Cirko Guerrini

Self Titiled

Giotto Music

Ai lettori attenti - si dice così, no? - di SA non dovrebbe giungere nuovo il nome di Mirko Guerrini. Già al sassofono per Fossati e Gaber, è uno dei principali componenti la Millennium's Bug Orchestra, fautrice di libere uscite interessantissime tra cui quelle con Marco Parente (in Trasparente e nel live L’attuale jungla), il jazz come trampolino per funambolismi rock, funk, electro e insomma ovunque li porti l'abbrivio. La stessa versatilità colta e giocosa, capace ad un tempo d'intensità e goliardia, che contraddistingue la collaborazione di Guerrini con Stefano Bollani, del cui quintetto fa parte da anni. Tuttavia, per il suo ultimo progetto - il quintetto Cirko Guerrini - Mirko ha chiamato agli ottantotto tasti un Mauro Grossi puntiglioso e puntuale, dallo stile forse meno appariscente però del tutto funzionale alla vaporosità dell'interplay, così come il concept vuole. Ovvero, ça va sans dire, il circo: la sua poetica di margine e meraviglia, di enigmi e malinconie, d’inappellabili alterità. Come una carovana che appare - "si sveglia" - e svanisce tra esotismi mentali e improvvisazioni frastagliate, sorta di treno impressionista abbozzato a sbuffi di flauto e zampettii percussivi (Il Cirko si sveglia, Il Cirko se ne va). Nel mezzo, una sfilata di situazioni (senti)mentali, quelle che abitano le piste circensi come una messa in scena terminale, consumandosi in fluide sarabande (il mambo-lounge de Il giocoliere), in beffe sornione (la tuba a passo sghembo tra dadaismi aciduli de Il pinguino), in palpitanti quadretti (la romanticheria soffusa tra frequenze sparse di vibrafono de La contorsionista).

Se la meditata versatilità di Joe Henderson - idolo dichiarato del sassofonista - è ben percepibile nel latin-tinge fisiologico e nella tesa disinvoltura degli assolo, è però a Mingus che viene da pensare per quel fare micro-musical febbrili (come nella frenetica La moglie del lanciatore di coltelli) e per i folgoranti squarci narrativi (come nella marcia waitsiana di Mangiafuoco, caracollante grottesca ridanciana, trafitta da una trascinante parentesi bop di trombone e sax). Forse il merito principale di Mirko e compagni sta nell'aver dribblato la facile tentazione della "fellinianità", accennata vieppiù dai languori spossati de Lo spazzino del cirko e dalla cremosa mestizia Paolo Conte de Il Clown, riuscendo tuttavia - tra sfarfallii free e sparpagliamenti timbrici (l'ineffabile organetto dell’ospite Riccardo Tesi, i riverberi del vibrafono) - a mantenere una dimensione virginale, una genuinità espressiva, un’originalità quantomeno d'intenti. E' per questo che Never In Right Shoes - l'apice del programma - può liberamente straripare emozioni, tra fluidi slittamenti bossa e una strana apprensione negli assolo (di vibrafono, contrabbasso e sax). Una sarabanda di pensieri di rincorsa, soundtrack di film fuggiaschi per sognatori guitti, di cose che un po' te le godi e un po' ti ci perdi. Insomma, è uno di quei dischi che confermano il mistero del jazz, parola indefinibile che non definisce nulla ma c'è, sentimento di libertà lungo consuetudini formali riconoscibili ma giammai vincolanti. Da ascoltare come si guardano certi sogni di celluloide, di strada, di polvere.

(7.3/10)

Scheda: Cirko Guerrini

Pubblicazione: 01 Marzo 2006

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