Recensione
Living With a Tiger Acoustic Ladyland
Cover image
Jazz rock Voti redazione e staff

Acoustic Ladyland

Living With a Tiger

V2 Music

Da Skinny Grin (che aveva visto la partecipazione di James Chance e Scott Walker nientemeno), gli Acoustic Ladyland di Pete Wareham non si sono certo ammorbiditi, a dir il vero hanno operato alcuni cambiamenti significativi alla già battagliera formula hard(anche very)free-rock-jazz.

Niente canto per il nuovo lavoro e in rimpiazzo tre cavalli di razza pronti a correre: il bassita tellurigico Seb Rochford (Polar Bear), il qui tastierista Chris Sharkey (principalmente chitarrista) e soprattutto una chitarra prepotentemente extra dry (e indisciplinatamente Fripp-iana) imbracciata dall’egregio Ruth Goller. Tre nuove sponde per altrettante sfaccettature di sound ora più che mai compatto, rock si direbbe, e dai Settanta ai Novanta non si butta nulla, neanche nei momenti più free.

Carichi di proteine come tacchini e di testosterone da far schizzare i testicoli, i reietti del jazz londinese usano gli strumenti come idranti per spegnersi l’un l’altro piuttosto che fare a gara a chi danneggia di più le linee di partenza.

Sono un team di psycho lucidi e spietati. Una SPA senza scrupoli. Un’azienda della loro holding demoniaca chiamata F-ire. Correre in questa prova significa passare dal core marca Zu all’hardcore evoluto americano fregandosene completamente d’ogni fighetteria e cosiddetto buon gusto borghese. E quando dico ogni, significa scrollare le spalle a nomi grossi come Peter Brötzmann e Naked City, a loro pare dedicata con aria di sfida e sberle newyorchesi, l’iniziale jazz trash anni Ottanta Sport Mode, come dire un sacrilegio Scatman John in versione garage hardcore (è da segno della croce potete scommeterci!)

Del resto, il supergruppo allestito da Wareham, i Final Terror, con lo stesso Chris Sharkey, Leo Taylor degli Hot Chip e Kenichi Iwasa (Chrome Hoof) ha preparato bene il terreno in questo senso: non c’è niente di meglio di quel marmocchio di Chance per rovinare le feste ai circuiti jazz, anche a coloro che si ritengono aperti alle nuove tendenze. Sicuro che l’accademia non gradirà il dialogo tra sax, basso, chitarra qui proposti. E pure i puristi post rock odieranno gli Acoustic Ladyland in pausa tra Rodan (The Mighty Q) e For Carnation (Worry), intenti a sporcare il mitico suono di Chicago.

Di nemici se ne sono fatti tanti e la cosa ci piace: troppo funk rock per gli amanti del free, troppo predictable per gli stessi amanti del noise rock, troppo kitch per chi con il kitch così spinto s'incazza proprio, troppo quelli che fanno troppo per tutti gli altri.

Qualcosa ai più inquadrati Zu hanno sicuramente da insegnarlo. E se nell'aria c'è pure il sentore che lo sboccato Mike Patton avrebbe qualche remora a scritturarli, gli Acoustic Ladyland diciamo che sono, davvero, gli unici veramente punk della cordata. Coraggio che va premiato a tutti i costi.

(7.0/10)

Pubblicazione: 04 Agosto 2009

File under: Jazz rock

| Archivio
Edoardo Bridda
Edoardo Bridda (Album 2009)

Rss
copertina pdf #91