Idolatrati dai propri fan, invisi a tutti gli altri. E' lo strano destino con cui il trio bergamasco deve fare i conti sin dagli esordi. Pare sia difficile trattare con obiettività il fenomeno Verdena, sempre in bilico tra penombra e mainstream, ma innegabilmente una delle rock band che più "spostano" all'interno dei nostri confini.
Crediamo che anche l’ascolto di Requiem, il loro quarto disco di studio, farà difficilmente cambiare parrocchia a molti. Loro non danno idea di curarsene e proseguono per la propria strada, limitandosi a non fare nulla di diverso da ciò che semplicemente va loro di fare, che oggidì non è poco, senza ruffianerie di sorta per compiacere chicchessia. Sembrano, anzi, arroccarsi ancor di più sulle loro posizioni, quelle che li fanno passare per gli "antipatici" di turno: pochi sorrisi, zero ironia e decisamente qualche posa di troppo. I nostri tornano a noi con un sound in parte rivisto, appesantito e rallentato rispetto al recente passato, tanto da fargli correre il rischio di essersi finalmente liberati dell'odioso titolo di Nirvana italiani solo per vedersi appioppare quello di Queens Of The Stone Age de noantri.
A giocare però ancora una volta a loro sfavore, pesando non poco sul piatto sbagliato della bilancia, ci sono gli sciagurati testi, al solito privi di significato, accozzaglia di parole accostate l'una all'altra per assonanza. E così, anche quando sembra che ti abbiano acchiappato, rimane questo ingombrante handicap, che non consente il sospirato salto di qualità. Quello che le due lunghe e “coraggiose” Il Gulliver e Sotto prescrizione del dott. Huxley, avrebbero potuto agevolare se solo non avessero finito per essere due classiche Verdena-song con attaccate dietro delle code da esibizione live. Più post rock che lisergiche, come i titoli avrebbero fatto supporre. L’operazione più riuscita finisce per essere la quasi-cover della Angie di jaggeriana memoria, co-prodotta da Mauro Pagani. Sarà un caso?
(6.3/10)
Scheda: Verdena
Pubblicazione: 01 Marzo 2007
File under: alt-rock
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