Recensione
Cover image
Genere

space-synth black

Data di uscita

Luglio 2009

Pubblicazione

25 Luglio 2009

Dam-Funk

Toeachizown Vol. 1: LAtrik

Stones Throw

Damon G. Riddick, sulla scena ormai da qualche anno ma con pochi clamori, un uomo che ha nel funk il suo orizzonte di vita, funk nell'accezione più peanutbutterwolfiana, soprattutto a livello di suoni, e cioè funk dal 1980 in avanti, dopo una serie di produzioni su piccola e media scala (un dodici pollici, alcuni remix per Baron Zen e un mix assieme a James Pants, un mini-LP che era il quarto volume della serie Rhythm Trax, davvero ottimo, e il remix di Summertime Clothes degli Animal Collective), mette in cantiere un progetto mastodontico e in grande stile, un set di cinque vinili/compact che dovrebbe vedere la luce in autunno, grande mosaico modern-funk dal nome Toeachizown (masticamento di qualcosa tipo "a ciascuno il suo"), che lo stesso autore considera il suo primo vero album solista. I singoli volumi intanto, una volta terminati, verranno messi in digital download sul sito della Stones Throw.

Apre le danze, anticipato da un 12" con due pezzi, questo LAtrik (altro masticamento, "i trucchetti di Los Angeles"), sette pezzi, quaranta minuti. Dam rimane fedele al suo motto estetico e tecnico old school drum machines and early 80s analog synthesizers, without any loops or samples. Rallenta la battuta, ammorbidisce il suono, ci mette qualche affusolata voce femminile, un funk-r'n'b slow-disco che guarda all'onnipresente Lil' Louis, a Prince, a Juan Atkins (clamorosamente, sulla title track e nel pezzo successivo, entrambi già nel 12"). La lunga traccia finale è (intanto, un pezzo space-house) un pezzo visionario (ma per capirci, all'opposto del barocchismo di altri visionari come i Sa-Ra), un pezzo autistico, e, senza troppi giri di parole, un capolavoro. Dam dice di stare cercando il funk del futuro (alla lettera, il futuro del funk), e sembra dire, rivisitando la tradizione con uno spirito contemporaneo, che il futuro già ci guarda le spalle. Spacey shit that sounds like the cover looks, diceva altrove, e qui la copertina, volente o nolente, non può non fare pensare ad un rovescio negro e ottantino del Moroder di From Here to Eternity. Un disco asciutto, nebuloso, raffinato, utopistico, che non si capisce subito, che si deve non sentire (e cioé ascoltare) ma sentire. Forse un disco addirittura incompromissorio, radicale, nel suo essere testardamente fuori moda, soprattutto perché anticontaminativo. Il trasporto alzerebbe il voto, ma aspettiamo il cofanettone per le lodi sperticate.

(7.3/10)

Scheda: Dam-Funk

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Gabriele Marino
Gabriele Marino (Album 2009)