Recensione
Baby Comes Home Patrick Cleandenim
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Big band, lounge, '50 Voti redazione e staff

Patrick Cleandenim

Baby Comes Home

Broken Horse Records

Baby Comes Homeè il disco d’esordio di un ragazzo sui vent’anni che prima, quando ancora studiava arte, faceva parte dei Clockwork, un trio simil-Radiohead un po’ jazz targato Kansas City. Baby Comes Home è pure un motivetto spy-movie anni 50 (legni e legnetti, tocco exotica) con il quale inizia la tracklist di un disco fondamentalmente pop datato retroattivamente tra gli anni 40 e i 50. Rimandi studiati e grande eleganza dunque, melodie fresche e mai pompose, anzi impeccabili, giochi di prestigio altroché, dato che suonare con l’orchestra (che in questo caso ne conta 12 di elementi) tira fuori dei mondi di suoni interi.

In giro leggi Burt Bacharach, Scott Walker e Van Dyke Parks appiccicati su ogni gomma pop fatta d’archi e fiati, per non parlare di tutti quelli che dicono che lo swing è nato con gli scozzesi (Belle And Sebastian), i norvegesi (Sondre Lerche) e persino gli irlandesi (Patrick Wolf). Vorrebbero tutti fare bella figura ma basta dire semplicemente New York, citare Matthew Herbert al tempo della Big Band (un grande speleologo). Dire che nel Dungeun & Dragons di roba che c’è nel suo disco, Patrick è decisamente il più calligrafico di tutti, persino dei più vecchi.

Pesca stili che manco il nonno e li unisce togliendo pochino di sé: Until You Said I’m Gone per dire è sublime Doo-Wop in acque Mersey su un classico up-tempo lounge-jazzato (roba prima dei Beatles boh…). Cognac & Caviar piglia dalle Sit Com dei Sessanta togliendo al pop per dare alla soundtrack, Days Without Rain mette su un’altra base jazzy e velluti xilofonati, con Rocket To The Moon a portare il rock’n’roll a teatro (dicono la lezione di Bobby Darrin e Dion DiMucci) e Birds Of Fashion è un barricato vaudeville come quelli di McCartney (la musica della TV prima della TV). Ogni brano c’ha una sua splendida coreografia retrò ma le strutture non sono mai cervellotiche e infine troviamo questa caratteristica batteria a rinfrescarli: un tocco pimpante e pieno di bollicine (microfonato ottimamente peraltro), che rappresenta l’elemento popular di un discorso ad ogni modo ballabile che non si fa mancare nemmeno i ritmi latini (Whispers Only Hurt Them) e il tango (Hollywood).

Baby Comes Home è un gran disco. Tanti dischi assieme. Il mood di un’epoca. Un affare da primo della classe. Ed è proprio la troppa intelligenza e newyorchitudine a frenarlo un po’. Un peccato d’autocelebrazione sotto sotto, ma nulla di grave.

(7.2/10)

Pubblicazione: 01 Aprile 2007

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Edoardo Bridda
Edoardo Bridda (Album 2007)

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