Ennesimo segnaposto sulla lunga strada dei singoli artisti nascosti da pseudonimi di “gruppo”, Spokane è dal 2000 creatura del solo Rick Alverson, nella quale infonde tutta l’ammirazione per formazioni capitali come L'Altra, Low e, più in controluce, verso gli esperimenti cameristici di Rachel’s e 33.3. Atmosfere tenui e dilatate, soffuse e dolenti, non di rado percorse da brividi e sottolineature d’archi che sono fondale di storie sofferte e meditate. L’effetto è uno stordimento malinconico, oppiaceo e simile a quei pigri pomeriggi d’inverno che paiono alvei infiniti.
Registrato nell’isolamento - che fa tanto Big Pink - di un cottage della Virginia, Little Hours si sistema sulle medesime coordinate dei quattro lavori che lo hanno preceduto ma li supera quanto a scrittura ed equilibrio. Beneficiando in molti episodi delle corde vocali leggere di Courtney Bowles, già ospite nel più recente Measurement del 2003, le sonorità siedono all’incrocio tra le prime due formazioni succitate: abitate da pianoforti fantasma che stringono violini e violoncelli, voci che sussurrano confidenze e una ritmica affidata esclusivamente a un rullante e alcuni piatti polverosi. Pescando quasi a caso, i sei minuti di Building inquietano con tasti e carillon a mezz’aria, If There Is Hope, It Lies In The Proles si spezza in due sopra un abisso di emotività e Middle School è pura rivelazione per voce, piano e pulviscolo sonoro.
Altrove si fronteggiano scheletri, ma dalle ossa robuste e incapaci di spaventare: semmai inducono benvenuti a tirare il fiato per una manciata di minuti del nuovo secolo, che - frenetico e distratto - faticherà a prestare orecchio tanto alla minimale solennità chiesastica di Addendum che a Tell Me, gemma memore dell’Alex Chilton intento a guardarsi allo specchio e dolersene. Voi siate più saggi: non rinunciate a queste ore, piccole però profonde, intime e rare. Da assaporare all’infinito senza annoiarsi mai.
(7.5/10)
Scheda: Spokane
Pubblicazione: 15 Settembre 2007
File under: american indie-rock
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