Chissà cosa è successo a Mick Harris: prima ultraprolifico e poi in caduta verticale coincisa con l’ultimo album a nome Scorn, Plan B (2002). In mezzo, da allora a l’altro ieri, poca roba: un live (List Of Takers), una compila a proprio nome (Hednod Sessions), qualche singolo e un paio di cdr, niente in confronto alla frenesia del quadriennio 1998-2002, periodo nel quale l’ex Napalm Death e Painkiller aveva sfornato una cosa come quaranta titoli (e sicuramente sono di più). Ambient ultra isolazionista (Lull), Drum’n’Bass arena (Quoit), ponti e ragnatele tra Chicago e Birmingham.
Post-Rock e ambient dub di qualunque specie e provenienza. Già, una pausa di riflessione erano in tanti a consigliargliela e così è stato. Stealth rompe gli indugi dopo cinque anni. Possiamo anche pensare che arrivi nei negozi sull’eco dei plausi dei ceffi dell’hiphop più dark e degli adepti della cricca dubstep. E Harris è sempre Harris, sprofonda nella sua tech fanghiglia ancora una volta: sempre più in modulazione dub e subfrequenze, sempre più asciutto e minimal in termini di sample e effetti aleatori. Un affare di pancia e miraggi post-grind in magica ricongiunzione trip hop (via Tricky), un incrocio di ritorni di cui il nuovo Scorn pare farsi carico e non a caso: tornare al limbo harrisiano dopo Burial, Boxcutter e Milanese è quasi obbligatorio, un po’ come immergersi nella purezza nera della cosa. E se l’attacco è una Stripped Back Hinge con quel basso spugnoso e l’irresistibile rintocco di metallo, c’è da drizzare le orecchie.
Il brano rappresenta probabilmente il migliore a firma Scorn del dopo Bullen, quanto al resto abbiamo un lavoro coeso, avvolgente e particolarmente attento alla timbrica (le atmosfere furtive di Rove - dubstepper, adoratelo! -, la marzialità di una Glugged - impossibile non ondulare il capo). In una metafora (neanche troppo tale) Stealth è come una potente fumata d’hascisc. I suoni paiono tattili. Il dub sono pareti mobili attorno a noi. C’è da dire che sul finale la qualità non è quella della prima portentosa tripletta, ad ogni modo c’è una lungimirante The Palomar che guarda indietro, almeno fino a Colossus. E’ un rinfresco (si fa per dire) che fa bene. Convinti?
(7.3/10)
Scheda: Scorn
Pubblicazione: 02 Ottobre 2007
File under: Dub doom
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