Recensione
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Genere

roots rock

Data di uscita

Marzo 2007

Pubblicazione

15 Marzo 2007

Ry Cooder

My Name Is Buddy

Nonesuch

A tirar fuori dall’armadio il più trito dei luoghi comuni, Cooder bisognerebbe inventarlo se non ci fosse. Solo che così non si porterebbe dentro quel mezzo secolo di sapienza musicale sedimentata che ne fa il genio che è. Non solo “americana”, giacché nel tempo Ryland ha inseguito la curiosità che gli pulsa nelle vene spingendosi a Oriente, nei Caraibi e pure là dove tutto è nato, in Africa. A fare il comprimario, più spesso che no, mettendoci il nome e servendo da vetrina. In cambio ci abbiamo guadagnato dischi splendidi e un allargamento del nostro scibile sonoro sul quale in tanti non avremmo neppure scommesso. Tenendo dietro alla voce interiore che lo guida, Ry giunge ora al secondo pannello di una trilogia che ragiona sulla scomparsa dello spirito e del Sogno Americano. O piuttosto, dei mille sogni che lo costituivano: di seguito all’epopea perdente del “barrio” Chavez Ravine, My Name Is Buddy presenta infatti settanta minuti che narrano un Esopo della Grande Depressione, in una favola reale che si serve di animali per riflettere sul passato (e quindi lo stato attuale) dell’Unione. Il racconto di un gatto comunista, un ranocchio cieco predicatore e un topo sindacalista che attraversano il paese sullo sfondo delle lotte per i diritti, civili e del lavoro: simboli dentro il flusso degli eventi, quello che poi sui libri chiamano La Storia. Raccontato, cantato, fatto vedere con occhi e orecchie da capacità metaforiche e conoscenza musicale fuori discussione.

Oltre il disegno del racconto, per le mani si ha un “et pluribus unum” sonoro, un’opera insieme attuale e non, nel senso che richiede tempo per essere recepita, attenzione nel seguire i legami indissolubili di parole e  musiche, percorse sulla tavolozza d’oltreoceano senza tralasciare nessun colore e anzi insinuandosi tra i risvolti cromatici. Ry Cooder si accompagna ai sodali di sempre (Jim Keltner, Flaco Jimenez, il figlio Joachim) e ne raccoglie di nuovi tuttavia antichi, sempre e comunque scelti in base all’esigenza dei brani stessi, che interpretino un personaggio o contribuiscano all’atmosfera. Ed ecco il piano di Van Dyke Parks apparire e scomparire dal folk celtico oltreoceano Cat And Mouse, la tromba di Jon Hassel ombreggiare nel  talkin’ jazz One Cat, One Vote, One Beer, Paddy Moloney spargere colori d’Irlanda su Suitcase In My Hand, Pete Seeger mantenere saldo il cordone ombelicale con l’oggetto del ricordo. Da par suo, il chitarrista resta per lo più in disparte, orchestrando e tessendo, prendendosi  i riflettori per la toccante speranza conclusiva di Farm Girl e There’s A Bright Side Somewhere, meglio se dopo aver rammentato i suoi vent’anni a fianco di Beefheart (Red Cat Till I Die, la title-track). Più d’ogni altra cosa, leggendo con voce ferma le pagine della preziosa enciclopedia vivente che è egli stesso. Sfogliando il possente errebì Sundown Town e il country acustico Hank Williams; pensando a un Fogerty giovane che con gli Stones si fa amico di John Hiatt in Three Chords And The Truth; gioendo con la polka paesana Footprints In The Snow;velando col valzer un Dylan latino per Christmas In Southgate e dipanando l’allucinato jazz Green Dog. Avvolgendoci dentro gli spazi così antichi da farsi infine moderni della straordinaria Cardboard Avenue.

Musica fuori da qualsiasi successione di istanti come i temi che affronta, grazie a un matrimonio tra forma e contenuto che l’ansimante contemporaneità quasi mai riesce a celebrare. Perché occorrono spalle larghe ed esperienza, visione e sentimento per farlo. Serve uno come Ry Cooder.

(8.0/10)

Scheda: Ry Cooder

Giancarlo Turra
Giancarlo Turra (Album 2007)