Coi tempi che corrono, fatti di scoperte sempre più improbabili e fondi di barile raschiati, fai in fretta a diventare un “culto”. Basta provenire dai Favolosi Anni Sessanta, essere (stati) fricchettoni e aver inciso a suo tempo un disco conteso da bacati collezionisti a cifre folli: se sotto non c’è niente, qualcuno pronto a imbastirci sopra lo trovi in ogni caso. Per Ed Askew, presupposti tali da indurre un sospetto di prammatica ve ne sono: cresciuto a Stanford, Connecticut, si laurea in Belle Arti a Yale e per qualche tempo insegna, poi torna a casa per unirsi ai carneadi Gandalf And The Motorpickle (scusatelo, ma come si suole dire, “era il periodo”…), mollati intorno al 1969 per entrare nella gabbia di matti ESP-Disk. Pubblica un primo LP che non vende nulla, Ask The Unicorn, del quale Little Eyes avrebbe dovuto costituire il successore nel 1970. A causa del dissesto finanziario dell’etichetta, la cosa va a rotoli: Ed torna a dipingere e far musica per hobby, entrando dritto nel club delle bizzarrie e facendosi ricoprire di lodi da Thurston Moore. Il disco viene ora ripescato dagli acetati originali e arricchito da sei tracce prese da esibizioni radiofoniche di poco successive, permettendo di approfondire se e quanto i panegirici intessuti sulle colonne di Arthur Magazine siano provvisti di fondamento.
Lo hanno: in parte, ma lo hanno. Premesso che il buon Ed non è affatto quel “Holy Modal Rounders in jam con Skip Spence” che ho letto in giro (tutt’al più una versione meno tormentata del secondo), se ne apprezzano la tenerezza e fragilità che ritroveremo in Daniel Johnston. Pensatelo però più presente a sé e intonato, colto in adorazione del Dylan epoca 1966 (ascoltare Reasonable Man per credere). Tanto quanto Tom Rapp, magari, autentico metro di paragone che seppe trascendere il modello e in ciò vetta inarrivabile. Respinge sulle prime il Nostro, a causa dello strimpellare di corde dilettantesco, un’armonica scolastica, la voce nasale e stridula; poi, col passare dei brani, capisci l’uomo e il suo mondo, solo incidentalmente piccola parte del Nostro.
Lo apprezzi, infine, quando dipinge arazzi folk sentimentali (My Love is A Red, Red Rose; Oh, All The Gold And Green Eyes; O The Lovely Face) e si stupisce fanciullino (Little Eyes, City Of Glass: grandissima canzone da occhi spalancati e umidi), lui che ogni tanto inciampa e cade. Tenendosi di continuo stretta l’ingenuità sorridente che solo un’epoca al crepuscolo poteva lasciare in dote.
(7.3/10)
Scheda: Ed Askew
Pubblicazione: 15 Ottobre 2007
File under: psych-folk
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