Recensione
Segu Blue Bassekou Kouyate
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world Voti redazione e staff

Bassekou Kouyate

Segu Blue

Outhere

Per quanto qualcuno si ostini a negarlo, veniamo tutti dalla Madre Africa, e di lei portiamo dentro almeno un frammento del suo atavico dondolarsi tra tristezza e celebrazione. O, se preferite, tra blues e funk che, come gli ultimi vent’anni scarsi hanno dimostrato, furono partoriti tra deserti e savane e da là si propagarono – forzatamente: con la schiavitù - per il globo tutto, o quasi. Complessa e articolata al pari del folk occidentale e dello stesso rock, e con essi unitasi in stimolanti ibridi, la musica africana costituisce tuttora un patrimonio oggetto di continue scoperte, trainato da alcuni artisti divenuti più famosi al di fuori della cerchia degli specialisti.

Fra questi c’era uno tra i più grandi musicisti d’ogni era e luogo: Ali Farka Toure che, come ricorderete, ci ha lasciato lo scorso anno. Veniva dal Mali - terra musicalmente tanto fertile quanto arida per chi vi abita -, e il connazionale Bassekou lo accompagnò spesso col suo ngoni. Nato nel Segu, sulle rive di un Niger sempre più affine al Mississippi, Bassekou si trasferì adolescente a Bamako per entrare nel gruppo di Toumani Diabate e restarvi a lungo. Dopo aver registrato lo splendido Savane con Farka si presenta adesso con un quartetto per voci e soli ngoni. Strumento di origini ataviche e fondamento della cultura Griot - lo “storyteller” dei villaggi africani che generò il bluesman e poi il rapper (non inventiamo niente, trasformiamo…) - possiede corde taglienti e all’occorrenza carezzevoli, qui offerte con virtuosismo mai vacuo e nella musica della terra d’origine di Kouyate, quel Bambara dalla natura pentatonica prossima al blues. Ne certificano la grandezza, tra le altre, una Banani che potrebbe essere di Ry Cooder, la clamorosa Ngoni Fola e un’esemplare title track posta in chiusura.

Pescando quasi a caso, annotiamo il latineggiare sparso ovunque e nel traditional Sinsani più che altrove (ma ripensando a pizzica e taranta, così naturale), le ombre levitanti di Tabali Te e il dipanarsi infinito Jonkoloni, la sensuale Andra’s Song e un  primordiale jazz flamencato in The River Tune. A imprimersi nella mente è tuttavia Lament For Ali Farka, eloquente e cupo canto di bellezza tanto scarna da richiamare a sé brividi eterni come la perdita che affronta. Pare che gente come Damon Albarn e Norman Cook qui c’abbia perso la testa, e chi scrive si unisce senza riserve ai festeggiamenti. Perché lo sapete, no? It all began in Africa.

(7.5/10)

Pubblicazione: 10 Febbraio 2007

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Giancarlo Turra
Giancarlo Turra (Album 2007)

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