Chissà se è andata davvero come, sulle prime e un po’ maliziosamente, viene da pensare: Bill Janovitz legge che i Dinosaur Jr. tornano in formazione originale con un disco nuovo di zecca, chiama Tom Maginnis e Chris Coulburn e gli dice: “Avete visto? Perché noi no?”. Voilà: certo è bizzarro che un gruppo fin dagli inizi accostato (non sempre a ragion veduta…) al Dinosauro scelga con perfetto tempismo di riaffacciarsi proprio oggi sulle scene, avendo pigiato il bottone di pausa dopo l’opaco Smitten del 1998. Dà adito a considerazioni un po’ gratuite su premeditazione e caso, spazzate via all'istante dalla curiosità con la quale ci si accosta a una rentrée molto più che semplicemente dignitosa nel solco di Let Me Come Over.
Tutto al proprio posto, dunque, e lancette indietro a riabbracciare lirismo a squarciagola e chitarre stellari, irruente melodie e romantiche sospensioni, nuovo stile e radici rivisitate. Così anni Novanta, insomma, ma anche tanto fragrante di antico che rinasce: come per J. Mascis e soci la magia resta quasi del tutto inalterata, non capisci se per loro bravura o pochezza delle nuove leve (una combinazione diseguale delle due l’ipotesi più plausibile). In Three Easy Pieces non manca infatti nulla: pure vocali stirate dentro coretti alla Big Star, dimostrazioni mai scontate di innodia e sentimento, frustate d’elettrico umore. Ultimo ma non meno importante, quell’afflato al tempo stesso paradossalmente malinconico ed esaltante che ha esercitato enorme influenza sul sottobosco indie ed emo.
Scontate alcune flessioni sparse lungo il disco, che avrebbe guadagnato qualche decimo di punto in più con una sforbiciata alla scaletta, rileviamo che sulla tavolozza strumentale si rinvengono tuttora i ritocchi di piano e organo, cui si aggiunge ora un’inedita tromba e che il trio bostoniano proprio non conosce la ruggine.
Ne fanno fede una chiltoniana fino al midollo Bad Phone Call, lo scintillare “power” di Renovating (attraversata da un’armonica garage) e della title track, i tempi medi d’istantaneo appiglio You’ll Never Catch Him e Gravity. Lo ribadiscono quella slide che trapassa Thrown e le più pacate, distese Pendleton e Hearts Of Palm. Bentornati, ma la prossima volta siate gentili: non fateci attendere altri nove anni.
(7.2/10)
Scheda: Buffalo Tom
Pubblicazione: 10 Luglio 2007
File under: indie rock
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