Dopo una carriera oscillante tra la matrice hard Seventies degli esordi e le propulsioni avant-rock debitrici sia del free-jazz che di temporanee infatuazioni kraute, i tre Bron Y Aur giungono alla quadratura del proverbiale cerchio con un album in cui mostrano una capacità compositiva al limite della perfezione. Il processo di scrittura ricorda per certi versi alcuni progetti zorniani, in cui però al posto dell’onnivora e schizofrenica frantumazione dei generi in microschegge di suono, c’è l’attenzione quasi maniacale per la forma canzone compiuta.
Ne esce un disco totale, indescrivibile a parole. Quindici brani in cui tutto trova spazio e soprattutto senso: ossature vocali a cappella simil Quartetto Cetra rotte da aggressive urla grind-hc (Black Samba), echi di un Santana in acido funk (Muds), frammenti di tango argentino à la Gotan Project che si sgretolano in drammaturgici assalti sonici (The Box), micropulsioni country-western, frattali sonori sinistramente Starfuckers (Useless), schizzi di angosciante ambient isolazionista, crescendo kraut-rock, onomatopeici blues catacombali (Doom Blues), soavi quadretti di tenera psichedelia (Mongrel Dog). La “trilogia dell’estate” (Era Luglio; Poi venne Agosto; E così passò l’estate) vero cuore pulsante del disco, pone i quattro all’altezza dei migliori A Short Apnea tra destrutturazioni blues, sabbiosi echi desertici, vuoti pneumatici. Millenovecentosettantatre offre, dunque, un ostico ma imprescindibile coacervo di suoni originati da decenni di ascolti fra i più svariati, che si coagulano in un corpus unico, portando il quartetto ad una maturità che stupisce e risalta in crescendo ad ogni ascolto. Riusciranno a fare di meglio?
(7.8/10)
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Sembra piovuto dal nulla ma da anni gira nell'underground out-hop USA. A Sufi And A Killer è una rivelazione. Oltre la Warp e l'Anticon, lo yoga e il misticismo, Tom Waits e Flying Lotus...
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