Recensione
Diabolical Boogie: Singles, Demos & Rarities (1992 B.C.- 1998 A.D.) Chrome Cranks
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noise-blues Voti redazione e staff

Chrome Cranks

Diabolical Boogie: Singles, Demos & Rarities (1992 B.C.- 1998 A.D.)

Atavistic Worldwide

C’è stato un tempo in cui il noise riusciva a coniugare ai suoi stilemi ogni genere musicale, dal rock al blues. Erano gli inizi degli anni ‘90 e sull’onda della sbornia grunge alcuni gruppi – newyorchesi in primis, americani in generale – riuscirono a far proprie le istanze più oltranziste e a proporre un suono grezzo, disturbante e fuori fase che prese il generico nome di noise-rock. Tra chitarre affilate come rasoi, ritmiche piene e voci strozzate/sgozzate era possibile rintracciare una forma di blues, arcaica e pachidermia, che sottostava a tutto quel caos apparente.

Così gruppi diversi tra di loro come Unsane e Mule, Surgery e Cop Shoot Cop, oltre ai padrini di tutti, i Pussy Galore di mr. Jon Spencer, erano in realtà meno diversi di quello che poteva sembrare, costruiti com’erano intorno al blues. O meglio intorno ad una personalissima idea di blues. Di quel lotto fecero parte per qualche anno e vari album anche i Chrome Cranks. Newyorchesi d’origine o d’adozione come la maggior parte dei suddetti, questi reietti infiammarono i palchi di mezzo mondo presentandosi come i più credibili eredi di un gruppo che una decina di anni prima aveva riletto il blues in chiave autodistruttiva: i Birthday Party.

Fin dal primo pezzo di questa attesa compilation è ben chiaro quello che intendo: il boogie indiavolato (citando il titolo della raccolta) di Love And Sound, seppur sporco e rumoroso, mantiene in nuce il verbo blues, la musica del diavolo (e il cerchio si chiude). Un blues malato, distorto e viscerale, virato a seconda dei pezzi in forma industrial (Pin-tied), allucinata (The Devil Is In Texas) o scheletrica (Safe From The Blade). Capitolo a parte poi lo meritano le numerose cover qui presenti, fondamentali per comprendere sia il tortuoso percorso formativo di questa band, sia la capacità di riscrittura e interpretazione dei canoni stilistici originali dei pezzi: da una insospettabile Dog Eat Dog degli AC/DC alla calligrafica ma eterna versione di Auto Mo-Down dei Devo, passando per T-Rex (The Spider), Television (Little Johnny Jewel) e Pere Ubu (Street Waves).

E se Pete Aaron considera col senno di poi la sua defunta band come “l’anello di una catena che va indietro fino alle influenze detroitiane dei sixties, prosegue attraverso le prime dark band di fine ’70 e inizi ’80 e arriva ai White Stripes”, un motivo c’è, ed è condensato in questa raccolta. Per una volta tanto, non solo per completisti.

(7.0/10)

Scheda: Chrome Cranks

Pubblicazione: 01 Gennaio 2007

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