Recensione
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Genere

avantgarde

Data di uscita

Settembre 2009

Pubblicazione

27 Agosto 2009

Manafon

David Sylvian

Samadhi Sound

Che l’egocentrismo, e tanto più l’ambizione, faccia parte del nuovo lavoro di Sylvian non è cosa inedita. Le grandi opere dell’uomo lo sono sempre state e questa non fa eccezione. L’ambizione era e resta dato fondante.

E così è Mafolon, lavoro che, rispetto alle ultime prove del Nostro, conserva la sola direttrice ambientale e spinge forze e mezzi verso un’inedita coralità. Blemish era un lavoro coraggioso, digitale ma pur sempre un lavoro di dualità. Ora a balzare all’orecchio è la sintesi sonica con Sylvian a seguire, in punta di piedi, primo tra i pari forse per la prima volta. Il cambiamento è marcato ulteriormente con la firma in calce dell’ex japan. Non sceglie un nuovo moniker Sylvian ma si firma, green-ianamente, come manager di un combo d’elettroacustica improvvisata dichiarando di voler ottenere “una moderna forma di musica da camera. Intima, dinamica, emotiva e democratica”.

Registrato tra Londra, Vienna e Tokyo, il disco si apre con Small Metal Gods. Burkard Stangl, Werner Dafeldecker e Michael Moser, ovvero 3/4 dei Polwechsel, rispettivamente alla chitarra, basso e cello; Fennesz alla chitarra e laptop e Otomo Yoshihide ai giradischi a disegnare un folk mutante o forse un blues venusiano. Si odono scricchiolii che paiono legna che schiocca in un ardente camino. La chitarra in totale libertà e Sylvian, didascalico, che enuncia “It's the farthest place i've ever been, it's a new frontier for me” (“È il luogo più lontano dove sia mai stato, una nuova frontiera per me”). Il mood istintivo e figlio dell’improvvisazione radicale trasfigura il Neil Young di Will To Love. Poi abbiamo The Rabbit Skinner e Random Acts Of Senseless Violence, con il sax di Evan Parker prima e la chitarra di Keith Rowe poi. Figure stratificate quasi senza memoria. Ossessi flussi creativi dal quid istintivo e déjà vu (Emily Dickinson) di un Sylvian novecentesco che trova in Parker ciò che Jon Hassell rappresentò per Brillant Trees. Ai tempi si parlava di quartomondismo, adesso non se ne ha idea.

Un album difficile, più di quanto lo fu Blemish che artisticamente più in là del canto a picco non andava (e pur sempre al pop - Late Night Shopping – s’aggrappava). Mafolon ambisce al sottopelle digitale. All’essenza oltre dio e marx del 2.0. E per sparire, di contro alla presenza dell’incontro scontro tra personalità forti di Blemish, bisogna essere assieme. La vera rottura infatti è la grande assenza del canto. E’ lo spirito di Sylvian che s’infonde non il registro. Rivoluzionario David.

(7.5/10)

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