Alasdair è uno scozzese poco più che trentenne dal profilo spigoloso e lo sguardo buono. Il folk, di quelli con le radici ben piantate nell'humus natio, è la sua materia, cui regala il proprio timbro leggermente nasale assieme ad arpeggi puntuali e un po' stopposi, così da stemperarne la solennità, per un approccio tra il lisergico e il cordiale. Di più: Alasdair possiede quel piccolo grande segreto che rende attuali forme altrimenti vetuste, e non mi riferisco alla disinvoltura soul della sezione ritmica o a quel poco di chitarra elettrica o ai lievi giochetti elettronici (Firewater, The Cruel War).
Prendete piusttosto le movenze asciutte di Let Me Lie And Bleed Awhile e The Old Men Of The Shells, quel senso di favola sospesa, di arcaico stupore, però con un cuore presente e vivo che pulsa urgenza giovane, un attualissimo esserci. Non è facile da spiegare. È un po' quel che accade con Will Oldham che - guarda un po' - fu tra i primi ad accorgersene quando ancora Alasdair militava negli Appendix Out, circa un decennio fa. Il principe lo segnalò puntualmente alla Drag City, etichetta per la quale lo scozzese ha licenziato già tre album, più questo che è il più luminoso e amicale, tra fragranti esotismi Paul Simon (River Rhine), una morbidezza rurale parente in qualche modo dell'ultimo Neil Young acustico (Where Twines The Path), quel caracollare tra bettole e nebbia come certi folk blues Kaukonen (I Have A Charm).
(6.8/10)
Scheda: Alasdair Roberts
Pubblicazione: 23 Gennaio 2007
File under: folk
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