Time To Die ha tutte le classiche caratteristiche per essere l’album della maturità, “ma anche” della consacrazione, per questo giovane duo californiano. Il predecessore Visitor è, indiscutibilmente, una sorta di piccolo classico per chi ci arrivò troppo tardi - come noi - e amen per chi non lo apprezzò. Costui si perde qualcosa di importante al febbrile crocevia di country e blues, tirati all’osso e foderati di candore canoro - per capirci - à la Kings Of Convenience
Possedeva un qualcosa di magico, quel disco: un senso del folk d’oltreoceano freschissimo pur con radici antichissime. Rapace e crudele, ecco. Tanto che la parola folk assumeva significati attitudinali e non di sostanza, trasformava le rime in anthem suadenti su ritmiche all’occorrenza tribali e finger picking faheyiani al pari scorticanti. Come se si volesse convertire gli Animal Collective in una faccenda acustica esasperandone le idee e la reiterazione del suono. Solo che loop e stratificazioni, qui, si traducono in una fregola strumentale da angeli coi calli alle mani. In tal senso Fools è manifesto programmatico: base di samba tiratissima e quel raccontare placido ma veloce nel farsi spazio tra le rime, mai scomposto. Un contrasto contagioso, un’intuizione potente da poter rallentare in ballata o condurre all’estremo, magari tra ritmi ancor più veloci e urla liberatorie. A prescindere dalle svolte future, già testimonia una cifra stilistica che si fa largo potente attraverso il tintinnare delle bacchette e gli smalti country, il blues elettrico e il folk campestre.
Ardua dunque a superarsi, soprattutto laddove il duo rinuncia proprio alla varietà di intrecci percussivi per abbracciare un più canonico indie americano. E se in ragione di ciò convochi Phil Ek alla regia, significa che punti certi Built To Spill e a una scrittura maggiormente ordinata. In Time To Die il battito resta dunque energico, benché il tribale sia più canonico e figliato dal post-punk; vi si accodano le melodie, di conseguenza più pop ma non per questo appiccicose. L’apertura Small Deaths suona allora riassuntiva dell’intera operazione, inspessendo la scrittura con un arrangiamento a tre (chitarra, batteria e vibrafono del “terzo uomo” Keaton Snyder) in cerca di uno svolgimento più corposo che, nel complesso, smarrisce la freschezza. Fortuna vuole che i momenti convincenti non manchino nemmeno a questo giro: Fables e The Strums (dall’ottimo contrappunto fiatistico) tengono in piedi da sole la svolta melodica. A conti fatti, i Dodos danno spago ai bravi ma non bravissimi Grizzly Bear: se comunque tutto ciò non dovesse bastare, non dimenticatevi da quali standard qualitativi i Nostri partono.
(6.5/10)
Scheda: The Dodos
Pubblicazione: 20 Agosto 2009
File under: Folk Pop
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