Il fatto è di quelli assodati e ampiamente storicizzati: la difficoltà non sta tanto nell’uscirsene con un grande esordio, giacché in esso convogli tutta l’urgenza di ciò che è stato prima. Arduo è semmai convincere col seguito, dal momento che puoi rischiare di annoiare con fotocopie un po’ sbiadite o lasciare perplessi sperimentando nuove soluzioni.
Non fa fino in fondo né una cosa né l’altra il ventottenne - che di vita e blues però ne ha masticati eccome - Ryan Bingham allorché replica a Mescalito, disco che nel 2007 raccoglieva consensi ovunque e a pieno merito. Insomma, se i media e alcuni tuoi miti ti eleggono a erede di una tradizione fulgida (la scuola cantautorale texana, per capirci) sai di avere davanti la strada spianata, ma con una certa quantità di cecchini pronti a segarti le gambe se sbagli anche solo un passo.
Saggiamente, in Roadhouse Sun il ragazzo si guarda attorno e, nella continuità, getta sul piatto qualche venatura rock in più, favorito dall’ulteriore affiatamento raggiunto con i fidi Dead Horses (un versatile Corby Schaub alla chitarra; il bassista Elijah Ford, figlio del produttore ed ex Black Crowes Marc; dietro tamburi e piatti siede Matt Smith) attraverso l’intensa attività live.
La voce resta a metà tra un giovane Bruce Springsteen e Steve Earle, altrettanto fanno le ballate crepuscolari conservando la polvere del capostipite Townes Van Zant; da ascriversi viceversa a felici “lavori in corso” episodi come una Dylan's Hard Rain che raccorda agile Mr. Tambourine Man e Sweetheart Of The Rodeo, una Change Is giocata su cambi d’atmosfera prossimi a Micah P. Hinson (toh: un altro sradicato figlio del Texas…) e l’apertura Day Is Done, che mostra notevole maturità quanto a struttura e sviluppo.
Lo stesso non si può però dire di Hey Hey Hurray, sincera ma vanamente fracassona e di un paio d'altri momenti lievemente sfocati, dove i muscoli si flettono eccessivamente e si smarrisce la raffinatezza severa e virile che è apprezzabilissimo tratto somatico di Ryan. Poco da lamentarsi e recriminare, in ogni caso, se si considera il gesto coraggioso di chi - alle spalle un vissuto e un album bastanti a considerarlo un Grande - potrebbe campare di rendita, invece preferisce osare pur nei confini di uno stile tra i più tradizionali che esistano.
Diteci quanti altri posseggono fegato e volontà adatti alla bisogna e non si accontentano di sonnecchiare sugli allori. Ne vorresti di più in circolazione, di personaggi siffatti, leali verso sé stessi, la propria musica e il pubblico. E di dischi “di transizione” aurei come questo, anche.
(7.4/10)
Scheda: Ryan Bingham
Pubblicazione: 15 Luglio 2009
File under: americana
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