Recensione
Le dimensioni del mio Caos Caparezza
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rock hop Voti redazione e staff

Caparezza

Le dimensioni del mio Caos

Universal

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Gli intoccabili. E altro che Zappa Frank. Mica ha scritto due volte Freak Out!Lui. Mica s’accontentava del copia incolla hip hop versante hard rock lui. Non fatevi condizionare dal fono-romanzo, il baffo non ripeteva la formuletta poiché i facili allori cavalcano la cosiddetta denuncia e il bell’impegno. Chiariamoci: di Saviano ce n’è uno. Elio e la loro Parco Sempione stanno in un piano diverso. Caparezza vuol scuotere ma non fa niente. È parodia quando pensa di parodiare, eppure i conti in casa li sa fare. Capitalizza il successo del tunnel mettendo i remi al sicuro. Altro che Absolutely Free, non c’è l’estro del precedente Habemus Capa in un disco che perde in fanfare e tocchi arty, in mix tra avant spettacolo, rock e slim shady, per una propulsione diretta ma becera che scialacqua verve e ingoia populismo d’accatto.

Fatevi piovere in testa il distorsore basic, metal da San Remo (Abiura di me), ritornelli banali e ancora tanti anni Ottanta, avrete quello che meritate dopo tutti gli elogi al cosiddetto concept di una volta. L’appiattimento dei nostri tempi che vi racconta lui è lo stesso che io ascolto dentro una macchina di rime in cui avrei volto sentirci più Frank e meno nu metal. Più funk e meno stronzate. E se è proprio questo il momento in cui il colletto bianco e lo scribacchino blog lo applaudono, il suo giovane bersaglio si riduce a uno stereotipo talmente sintetico da non valere più a nulla.

Caparezza non vuole essere né Saviano né Grillo né Zappa, ma nel dopo-Gomorra e V-Day o tratti certe cose in un certo modo, (prendendoti le tue responsabilità per giunta) o sei un pagliaccio dentro un sistema nel quale sono contorno (e consumo) anche quel “sostanziale” che sobilli.

Poi hai voglia a far il pagliaccio per primo e scaricarti la coscienza in mp3: Ilaria condizionata è il risultato, l’abbecedario d’usi e costumi della fighetta di legno d’oggi tanto inutile quanto il telegiornale a cui Caparezza fa il verso all’inizio dell’album. Com’è vecchio poi quel modo di guardare al cosmetico: tolti i my space e i facebook la tipetta descritta da Caparezza è o no è la stessa frivolona dal dopoguerra in avanti? I Risi e i Comencini non c’hanno insegnato nulla? E vaffanculo pure la lavata di capo al turista invasore della terra sua a suon di taranta. Che mani vogliamo far applaudire? Tra Caparezza e il politico che ti costruisce lo spazio-porto non c’è differenza se è poi la fame d’elettori il fine ultimo d’entrambi. E all’audience di stupidi, come allo stupido pubblico rock, gli devi dare quello che capiscono. Semplificare e farli ridere.

Vabbé, finisco per fare la solita retorica del comunista che frequenta il festival d’Angelica. Tutto partiva bene… le assonanze sessantotto/sesso. La parodia dell’evoluzione-mercificazione della sessualità. Il metal-funk sincopato à la Mark Stewart degli Ottanta… A ben vedere quel che è accaduto nei minuti seguenti è soltanto una scusa per una sana e banale voglia di successo. E questo sì, è un vezzo da giovane. D’ogni epoca. Di destra e di sinistra che sia.

(5.0/10)

Scheda: Caparezza

Pubblicazione: 28 Maggio 2008

File under: rock hop

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