I norvegesi Serena Maneesh confezionano un disco eterogeneo e intrigante a base di psichedelia sixties e shoegaze, kraut rock e noise newyorkese. Generi e scene musicali distanti nel tempo e soprattutto nelle intenzioni, ma con un denominatore comune, il suono distorto della chitarra. Forti di una lista chilometrica di ospiti, tra cui spicca Sufjan Stevens al flauto e alla marimba, Emil Nikolaisen e compagni hanno registrato l'album tra Chicago, New York, Oslo e Stoccolma, affidandosi, tra gli altri, a Steve Albini e Martin Bisi, vale a dire a due fra i musicisti e produttori più influenti degli ultimi vent'anni, tra le cui mani/meningi è passato il gotha del rock chitarristico, Sonic Youth, Blind Idiot God, Slint, Swans, Nirvana, Pixies.
L'album si apre con il singolo Drain Cosmetics, pezzo che unisce gli effetti allucinogeni di Loveless alle atmosfere cupe dei God Machine. In Selina's Melodie Fountain su una robusta armatura acid rock alla Blue Cheer vengono stese impalpabili lenzuola spacey che lentamente si decompongono in spazzatura cosmica di stampo Chrome.
L’ipnotica Candelighted è uno dei picchi del disco, una specie di mantra shoegaze, promette sfracelli dal vivo, dove potrebbe abbondantemente superare i 6 minuti originari e prendere direzioni inaspettate. Questi cambi di rotta avvengono anche in studio, basti ascoltare Sapphire Eyes che si perde in una selva inestricabile di abrasioni noise e reiterazioni chitarristiche, e sbuca purificata in un deserto lunare di imperfezioni analogiche, microfratture soniche, particelle lisergiche in sospensione. L’incipit cristallino alla Smashing Pumpkins di Don't Come Down Here apre la strada ad armonie vocali e stratificazioni tipiche dei My Bloody Valentine, poi scoppia una tempesta magnetica improvvisa a base di chitarre ipersature, cicli d'isteresi impazziti, drumming caotico, che defluisce in una coda glitch. A confermare la versatilità della band, il doveroso omaggio agli Hawkwind e alle galassie kraut della muscolare Beehiver II, farcita di urla subumane e svisate soniche, fa da contraltare alle carezze dream-pop, ai suoni rarefatti, ai vocalizzi suadenti di Her Name Is Suicide. Il disco si chiude con la lunga suite Your Blood In Mine, dove percussioni a pioggia, derive pianistiche, stati di allucinazione, clangori industrial, intrecci improbali di sax e feedback, crescendo cacofonici, big bang percussivi vengono utilizzati dai cinque norvegesi per confezionare una straordinaria colonna sonora per alieni stupefatti.
I Serena Maneesh si rifanno tanto alla psichedelia innocente, idealista e solare, quanto al rock delirante e perverso, passano dai suoni puliti al rumore bianco, dalle soluzioni barocche al lo-fi, da una nave di cristallo a una radiazione trasparente.
In questo ricordano i Motorpsycho degli esordi o i Mercury Rev di Baker, capaci di partire da sonorità acide di stampo classico e ibridarle con i generi più vari, a volte perdendo il controllo della situazione, ma senza imboccare il vicolo cieco della banalità.
(7.5/10)
Scheda: Serena Maneesh
Pubblicazione: 12 Giugno 2006
File under: Post Hardcore
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