Ad una manciata di anni dall'esordio (Sunshrine, Digitalis 2005) James Blackshaw è accolto in casa Young God. E come dare torto a Michael Gira, che ha speso parole a dir poco entusiastiche per questo ventottenne londinese che reinterpreta tanto John Fahey quanto Satie senza colpo ferire. Poco interessato al dolce stil novo del finger picking, Blackshaw lo rende più drammatico e selvaggio, imprigionando le rocce bianche dello Zabriskie Point in una qualche nuova, originale, inquadratura.
La parte centrale del disco sembra governata da un folk febbrile e psichedelico (Key, Bled), ma è niente meno che l'ombra di Steve Reich ad aprire e chiudere il sipario. Il mood malinconico dei vari Yann Tiersen, Max Richter, Goldmund e Sylvain Chauveau è rievocato quasi par coeur dal piano, ma l'orologio di gelo di Litany Of Echoes (Tompkins Square 2008) si è sciolto alle porte della primavera: The Glass Bead Game è un disco caldo, solare, fors'anche salvifico.
La suite finale, poi, è un piccolo capolavoro: spennellate di violino rifrangono in un acquerello minimale che scorre rapido ed etereo dal quarto minuto in poi. I cameo vocali di Lavina Blackwall (Directing Hand) vanno ad intersecare un drone appeso a un filo. E il Blackshaw pianista sembra addirittura superare il fanatico della dodici corde. Jolie Wood (Current 93, violino, fiati) e John Contreas (Current 93, Baby Dee, violoncello) contribuiscono qua e là ad impreziosire l'intenso packaging sonoro.
Gli ultimi diciotto minuti alzano il voto di una delle migliori uscite di questa prima metà dell'anno.
(7.6/10)
Scheda: James Blackshaw
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