Per la serie "ancora esistono?", i Church, come tanti altri, hanno passato un momento di gloria (gli anni '80, durante i quali toccarono per un po' di tempo anche il successo commerciale con Heyday e soprattutto con Starfish e il singolo Under The Milky Way) dopo il quale i loro eterei intrecci voce-chitarra hanno ricevuto un'attenzione limitata ai fedelissimi.
Non per demeriti artistici: il successo o meno raramente ha avuto un rapporto diretto con la qualità dei loro dischi e negli anni il livello, nonostante le tensioni interne al gruppo e i cambi di formazione (restaurata da un po' intorno ai tre fondatori), si è mantenuto generalmente buono.
Lo stile continua ad essere lo stesso: le chitarre di Wilson-Piper e Koppes, la voce delicata di Kilbey continuano a dare vita a dischi che arrivano, per citare il titolo del precedente, "inattesi come le nuvole" e fatti di una musica caratterizzata dalla stessa aria errante (Destination, da Starfish, ben sintetizzava l'attitudine al viaggio, ribadita dalla copertina di Untitled, le cui macchie sembrano una carta geografica). Uguali a sé stessi e perciò mai fuori moda, visto che certo indie-pop somiglia loro da sempre.
Untitled #23 non fa eccezione: come i precedenti, le varianti e le sperimentazioni (tocchi di synth in On Angel Street e Lunar, distorsioni a rafforzare ritornelli) le mostra nei nei dettagli di una scrittura riconoscibile e comunque efficace (Deadman's Hand), alternando momenti dal piglio più deciso (l'apertura in medias res di Cobalt Blue) ad altri in cui prevale l'abituale rilassatezza (Happenstance).
E alla fine sì, esistono, sono in buona forma e fanno dischi che, tra relax e riflessione, definiscono un'idea dell'estate diversa dai carnai chiassosi del divertimentificio.
(6.8/10)
Scheda: Church (The)
Pubblicazione: 07 Luglio 2009
File under: Indie pop
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