Recensione
The Forest And The Sea Leafcutter John
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Avant Voti redazione e staff

Leafcutter John

The Forest And The Sea

Staubgold

John Burton ha un’esperienza totalizzante, e una possibilità di esprimerla. Ha le sue visioni, e le sue radici. Il digital folk, non più oscillante tra ottimismo e disagio come il supremo iniziatore Neil Young (il suo pur discutibilissimo Trans), è qui piuttosto presagio oscuro, parabola esistenziale e alchimia pregnante. L’esperienza è il suo stesso processo artistico, dapprima innamorato di folk apocalittico-decadente, poi sperimentatore di sculture di suono via apparato digitale. La possibilità espressiva è il suo ultimo album-concept a nome Leafcutter John, che in quest’ultima incarnazione equivale a Burton e collaboratori (archi, batteria, chitarra), oltre al suo ambiguo sé stesso digitale.

L’attacco è nerissimo, quasi una campana a morto, ed è subito folksong dolente di note spoglie e clangori sottilissimi, pattern di rumori aleatori che spingono a continue variazioni. L’incipit sarà ripreso all’altezza Dream I, dopo che Maria In The Forest avrà scombinato ulteriormente le carte della percezione, fino a puro ascetismo ambientale. Questa prima parte, dunque dedicata alla Forest, si chiude con timbri descrittivi (notturni) dai quali emergono spettri funesti, rincorse cosmiche e elucubrazioni degne persino di Stockhausen.

The Sea invece trasporta il tutto sul piano onirico. Dapprima una palude di eventi microscopici (microcosmici) e suoni rifrangenti, quindi numeri di cantautorato altamente emotivo (Go Back), con cori e cello (e pause drammatiche), e di nuove stasi ultraterrene che conducono alla chiusa da pelle d’oca di Now, tra sciabordare marino, cut-up Books-iano di archi, canti umili, accompagnamenti frugali quasi Wyatt, e gorghi metafisici entro cui abbandonarsi.

Il capolavoro di Leafcutter John è un caso unico, nonostante l’ampiezza, la voluttà, la quantità dei riferimenti implicati: dai Black Heart Procession a Castanets, dagli incubi wave Xiu Xiu all’avanguardia universale, a Microphones, Chasny e barrettiani assortiti. E’ un ciclo ossessivo e straziato di canzoni e suoni ricorrenti, dotato di personalità, freschezza, sentimento vivo. Angolature elettro-acustiche e estreme nudità folk non rimangono mondi non-comunicanti, nemmeno nei momenti più duramente contrastati (e contrastanti). Forse Burton è ora in grado d’imbastire, a suo modo, uno spettro sonico i cui estremi sono il privato e il collettivo.

(7.1/10)

Scheda: Leafcutter John

Pubblicazione: 01 Giugno 2006

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Michele Saran

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