Recensione
The Small Hours Eliot
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Folk Pop Voti redazione e staff

Eliot

The Small Hours

Critical Mass

Eliot è una graziosa e sorprendente rivelazione. Corposo progetto del talentuoso tastierista e produttore Jim Eliot (Faithless e Olive), il neonato gruppo del tastierista ha suscitato grande interesse ed ammirazione nei club londinesi. The Small Hours confeziona undici perle in bilico tra Kate Bush, Morcheeba, Cocteau Twins, Trees, Fairport Convention, Suzanne Vega, Shinead O’Connor e Jacquie McShee (per chi ricorda i Pentangle dei Settanta). Si tratta di un perfetto chilling che chiede una stout in più, una preghiera di concessione della lenizione emozionale. Fuori dai cellars e dalle cantine, la voce insinuante di Maria Ilett circuita elementi jazz e soul senza mai discuterne o problematizzarne i motivi informatori: delizie nasali e trascendenze ugulari, drenate dalla lezione sadeiana e motowniana.

Chi scrive non ha dimestichezza con i paradigmi post age, ma qualche preconcetto attorno alle quisquilie trans vocalizie dei consumatori da bar certamente sì. Non me ne vogliate, sono il più anziano del mazzo; ma l’esordio della band emoziona al punto da volerne percorrere, track dopo track, l’impalcatura stilematica. È raro che ci si attardi sulla completezza di una playlist ma tale è l’omaggio che intendiamo erogare, una restituzione plaudente di un ascolto nettato da pregiudizi.

Dunque. Blue River è una bellissima e melanconica - prepuziale - ballata cool e soul. Sensuale, per innamorati masochisti. Due corpi danzano eterei tra nuvole e lacrime. È la prima gemma del disco. All I’m Made Of omaggia Sade in un “happy hour” precoito; a scelta, una rollata postcoito. Fade cade nei toni sanremesi da sviolinata leccaculista. Front Room è una sentita serenata d’autore che alterna accelerazioni disperate a remissive sudditanze, condotta con perizia vocale d’altri tempi (Jeff e Tim Buckley). Have No Need Of Time altalena abbozzi da ninna nanna ancestrale a girotondi stellari: olistica preghiera di un’anticipata apocatastasi metempsicotica. La seconda gemma, corroborata dall’anelito di pace e quiete dai ritmi sottopelle di un certo, arcano e parco Lou Reed.

Provati da tanta beltà, il successivo intermezzo vocal cut up - Memory - non è niente più che un ecotessuto interstiziale, un riempitivo, battistrada per la prova più commerciale del lavoro, l’ulteriore Shine, un poppettino da radio cut (la BBC ne intride i palinsesti...) debitore di Donna Summer. Ma è con This Place che l’ispirazione declina e cappuccetto rosso nel bosco del lupo cattivo lascia il posto alla peggiore prova del lotto. Come ammenda la terza gemma: la successiva Wake & Be Happy resuscita Simon Jeffes e, nell’afflato lirico, rammenta nientemeno “The Sound Of Someone You Love Is Goin’ Away And It Doesn’t Matter”, strabiliante invito all’estasi nietszchiana. Occhiolini ed ammiccamenti vari chiudono questo che è già un capolavoro: Love Song invia sms emoticali a Neil Young mentre il cesello (Love To Be Real) di chi ha consapevolezza delle proprie forze traduce in musica gli insegnamenti dei maestri citati in apertura. Per una volta che non abbiam bisogno di capire se sian rose…

(7.7/10)

Scheda: Eliot

Pubblicazione: 01 Marzo 2006

File under: Folk Pop

Antonio Amodei

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