C’era una volta, al sorgere degli anni Novanta, una ragazza spilungona e magrolina, dai colori chiari, tipici della sua terra d’origine, la Gran Bretagna. Una ragazza che univa la naturale propensione al folk all’elettronica di matrice inglese, grazie ad un nume tutelare quale William Orbit, alla presenza rassicurante di Ben Watt degli Everything But The Girl (autore del remix scala classifica Central Reservation) e al contributo dei due “fratelli chimici”, sempre pronti a mettere mani ai piatti. E con tre album all’attivo, tutti usciti per la Haevenly / Emi - Trailer Park (1996), Central Reservation (1999) e Daybraker (2002) -, Beth è riuscita pian piano a conquistarsi il titolo di “reginetta della folk-tronica”, salvo poi stufarsi dei suoni sintetici e tornare alle care vecchie abitudini.
Dimenticate, quindi, le influenze della club culture e salutate una nuova cantautrice tutta voce, emotività e chitarra: con Comfort Of Strangers si esalta l’originaria nudità di luminescenti melodie, che si attorcigliano come edera ad un cantato soffuso, tra crooning e limpidezza vocale dalle delicate policromie, in una transvolata che va dal folk al soul, non perdendo di vista - nemmeno per un secondo - la terra del pop. Armonie perfette nella loro semplicità (i frizzanti due minuti di Worms, con un piano in stile Fiona Apple e il basso a far da controcanto), che rimangono lì, in testa, a giocare come selvaggi zampilli d’acqua (il drumming compulsivo di Tim Barnes in Rectify), che fanno spuntare un sorriso dal nulla (la forza vitale e gioiosa dei piatti di Shopping Trolley), che accompagnano i pensieri a prender fiato nei loro luoghi oscuri (lo spleen di una fisarmonica parigina in Safe In Your Arms), quelli in cui nessuno può entrare, perché troppo personali, fragili (Feral Children). Anche momenti pericolosi, dall’alto tasso di miele (il chorus di Conceived è fin troppo svenevole, con tutti quegli archi a rincarare la dose, e Shadow Of A Doubt un po’ scontata nell’arrangiamento) non sfigurano la bellezza di un suono pulito eppure naturale, che richiama l’intimità della dimensione live e l’istintività della produzione home-made (grande merito di un Jim O’Rourke particolarmente a suo agio ed essenziale).
È la vulnerabilità ad essere svelata, con tutti i pericoli che questo può comportare, come se Beth Orton avesse deciso di recuperare - proprio a dieci anni dal suo esordio - una parte non solo del suo passato, ma di se stessa, quasi sotterrata da una spessa coltre di elettronica che poco, pochissimo spazio le lasciava. Ora nel club delle donne “cazzute” (dove il termine non sta per rabbia, ma per volontà di fare scelte difficili e poco popolari), insieme a Emiliana Torrini e l’ultima Cat Power possiamo scrivere anche il suo nome.
(7.3/10)
Scheda: Beth Orton
Pubblicazione: 01 Febbraio 2006
File under: Folk
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