Che Graham Coxon dia alle stampe il lavoro più ambizioso e completo della sua carriera proprio a ridosso della reunion dei Blur non può essere una coincidenza. Qualcosa dev’essersi aggiustato, decisamente: se tre anni fa – ai tempi di Love Travels At Illegal Speeds - lo avevamo irrimediabilmente bollato come eterno teenager senza speranze, chiuso autisticamente nella sua cameretta più o meno virtuale, ecco in risposta un torrenziale concept (quindici lunghe tracce che raccontano l’arco della vita di un uomo, dall’alba – Look Into The Light - al crepuscolo - November) che apre e spiega come non mai il suo intero universo di chitarrista e autore, finalmente libero di sbocciare dal punto di vista lirico ed espressivo. Maturità, la temuta (e spesso abusata) parola che fino a ieri avresti esitato ad associare al suo nome, è il paradigma di questo The Spinning Top, disco pesante e importante (non solo per durata e consistenza, praticamente un doppio), di quelli che tracciano un esaustivo ritratto del personaggio e al tempo stesso ne rivelano inedite sfaccettature.
Le recenti frequentazioni, in studio e su palco, di Paul Weller e Robyn Hitchcock (qui peraltro presente in un paio di episodi) erano di per sé indicatrici della decisa virata stilistica e autoriale di Coxon verso la blasonata e gloriosa tradizione folk britannica, abbracciata con sentita deferenza e altrettanta naturalezza: i primi nomi che vengono prepotentemente a galla sono infatti quelli di Davy Graham, John Martyn e Nick Drake, rievocati tanto nei legnosi arabeschi della sei corde quanto nell’intimismo accorato e disarmante del tutto; la sola presenza come ospite di un gigante del genere come Danny Thompson, d’altronde, varrebbe più di ogni fredda e didascalica disamina track by track.
E’ nondimeno un lavoro che va assaporato con lentezza, The Spinning Top, per godere appieno dell’inaspettata ricchezza musicale di certi passaggi (qua e là viene in mente il visionario Jim O’Rourke di Eureka), delle improvvise e idiosincratiche deviazioni d’umore e di stile (lo spettro inquieto di Barrett aleggia e benedice più volte), delle evoluzioni di arrangiamento, della bellezza cristallina di certe melodie; quelli che poi appaiono come i suoi più grandi difetti – l’eccessiva lunghezza del programma e dei singoli episodi, nonché la dispersività nei toni - sono in realtà piccoli pregi, una volta acquistata la corretta prospettiva e individuata la chiave di lettura. Certo, i limiti di interpretazione (vocale, non certo strumentale) restano i soliti, ma ciò che si è acquistato in termini di spessore e credibilità ha nel complesso un valore sicuramente superiore; insomma, le promesse ventilate nel lontano ‘98 dall’esordio The Sky Is Too High sono finalmente una realtà: pur con (o forse, proprio grazie a) tutte le increspature e imperfezioni del caso, la metamorfosi in songwriter può dirsi pienamente riuscita.
(7.7/10)
Scheda: Graham Coxon
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