Recensione
Protoplasmic Boris Savoldelli, Elliott Sharp
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avant jazz noise Voti redazione e staff

Boris Savoldelli, Elliott Sharp

Protoplasmic

Moonjune

Corde che scoppiettano, sfrigolano, fremono di acide frenesie e trafelati frames, sciorinano arpeggi stoppati e improvvisi unghiati lirismi, sgomitano nei loop cibernetici come demonietti ossessivi. A cura di Elliot Sharp, chitarrista propenso all'avanguardia visionaria e selvatica, già al lavoro con John Zorn, Mike Watt e Nels Cline tra gli altri. Quanto alla voce, invece: sbraita, plana, gorgheggia, vaneggia, sbriglia melismi e brulicanti deliri, sfodera recitati stravolti (in italiano), fluttua come un fantasma angelicato irridente, invasato, assorto. Ne è artefice Boris Savoldelli, estroso vocalist e performer di cui l'anno scorso apprezzammo il buon Insanology.

A quest'ultimo si devono anche le elettorniche, brodo di coltura che avvolge, aspira, fagocita, confonde, trasfigura tra perturbazioni, guizzi, tic, reiterazioni e rimbombi. Il risultato è che questo Protoplasmic suona come uno scrollarsi di dosso la rigidità delle sovrastrutture prima d'immergersi nell'intimità cosmica, tuffo free quindi libero, liberato e liberatorio nel bagno nero dell'anima, verso l'origine profonda e friabile, sbracciando a ritroso con spasmi patafisici lungo fremiti kubrickiani e tarkovskiani (palesemente rievocato fin dal titolo dell'onirica Nostalghia), cavalcando inquietanti fantasie nel vuoto galattico e cellulare, tra derive ipnotiche e assalti fuzz-noise (nella formidabile Prelude To Biocosmos Pt. Two).

Non sarà pane quotidiano, ma è uno spuntino di alterità auspicabile per chiunque.

(7.1/10)

Pubblicazione: 08 Luglio 2009

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